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Cosa farà l’Italia nel board per Gaza

L’Italia si candida ad essere la prima nazione europea a offrire un supporto pragmatico sia alla sicurezza della Striscia che al rafforzamento del piano di pace. Infatti, l’obiettivo è quella pax orientalis che rappresenta un elemento di stabilità, politica ed economica, solo se intrecciato al dialogo con attori primari come Qatar, Arabia Saudita ed Egitto

A Gaza si può davvero fare una grande differenza. Queste parole di Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno si innescano chirurgicamente nel progetto pratico sul board per Gaza, di cui l’Italia (non a sorpresa) farà parte così come più volte ribadito sin dai primissimi vagiti del piano di Donald Trump per la Striscia. Significa essenzialmente che, da un lato, si manifesta da parte americana un riconoscimento oggettivo al ruolo del governo di Roma, capace anche di dialogare in maniera intelligente con il presidente palestinese Abbas (ospite alla kermesse di Atreju) e, dall’altro, vede rafforzata la percezione dell’Italia dentro e fuori l’Ue, come soggetto in grado di essere parte costruens nei dossier più complessi.

L’Italia deve mettere tutto il suo impegno, ha ribadito Meloni pochi giorni fa durante la conferenza, ricordando gli ulteriori 25 milioni stanziati dalla cooperazione per le esigenze della popolazione, oltre alla disponibilità dei Carabinieri a formare le prime 50 forze di sicurezza palestinese in Giordania.

Di fatto l’Italia si candida ad essere la prima nazione europea a offrire un supporto pragmatico sia alla sicurezza della Striscia che al rafforzamento del piano di pace. “Siamo rispettati da tutti gli attori in campo, da tutti gli attori della regione: da Israele, ma anche dall’Autorità Nazionale Palestinese, i Paesi del Golfo, come ha dimostrato il fatto che l’Italia è stata invitata – prima volta per la nostra Nazione – al Consiglio di Cooperazione del Golfo come ospite d’onore. Penso che questo rispetto del quale godiamo debba essere utilizzato positivamente al massimo”, ha sottolineato la premier nel disegnare il perimetro di azione italiana.

Più in generale è una la certezza geopolitica alle spalle del board: l’intero versante mediorientale resta attento anche alla produzione di energia, oltre che a mantenere il proprio dominio sull’offerta globale, soprattutto dopo grandi destabilizzazioni come quella in Mali dove Al Qaeda intende dolosamente allargare la crisi a tutta la regione del Sahel. Ecco perché lo sforzo italiano ha ancora più valore, perché Roma punta alla ricostruzione come anche alla presenza militare nel CMCC, il centro aperto da Stati Uniti e Israele per promuovere la tregua. L’obiettivo, ambizioso ma non per questo impossibile, è quella pax orientalis che rappresenta un elemento di stabilità, politica ed economica, solo se intrecciato al dialogo con attori primari come Qatar, Arabia Saudita ed Egitto. Anche qui l’Italia parte in vantaggio, visti gli ottimi rapporti col Golfo. 

Il 53enne bulgaro Nickolay Mladenov, che negli ultimi giorni ha già incontrato funzionari israeliani e palestinesi, sarà direttore del Consiglio: nel 2013 era stato scelto dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, come suo rappresentante speciale per l’Iraq e capo della missione Onu di assistenza. Dal 2015 al 2020, ha ricoperto l’incarico di coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente. Il nodo sui nomi resta l’Anp che pretende di mantenere una certa presa.


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