Il duro intervento di Volodymyr Zelensky a Davos riapre il nodo delle responsabilità europee nel sostegno all’Ucraina. Tra aiuti economici rilevanti e limiti strutturali sul piano militare e politico, l’Unione mostra tutte le sue contraddizioni: divisa, prudente fino all’inerzia e incapace di colmare il vuoto lasciato da un’America sempre più incerta. Il rischio è quello di un’Europa ridotta a una nuova Società delle Nazioni. Il commento di Giuliano Cazzola
A Davos Volodymyr Zelensky ha svolto un intervento molto critico nei confronti dell’Unione europea.
Ricordando che nel suo discorso dell’anno precedente aveva ribadito che “L’Europa deve sapere come difendersi’’ Zelensky ha voluto sottolineare che nulla è cambiato. La situazione è rimasta la stessa come sono le stesse le parole che si dicono.
È stato questo l’incipit di una dura requisitoria contro quei limiti che non si è riusciti a superare e che restano tuttora presenti nell’ambito di una prospettiva sempre più incerta.
Il tono del discorso ha dato l’impressione di uno sfogo, di una rivalsa a lungo introiettata durante gli anni della guerra, durante i quali Zelensky ha vissuto la contraddizione tra quanto sarebbe stato necessario all’Ucraina e quanto era messo a disposizione dagli alleati.
Capita che quando si è punti nel vivo si reagisca in modo eccessivamente difensivo.
È il caso del commento di Antonio Tajani: “Mi pare che l’Europa abbia garantito l’indipendenza dell’Ucraina, facendo di tutto per sostenere dal punto di vista politico, finanziario e militare questo Paese. Mi pare che non sia generoso nei confronti dell’Europa”.
Le parole del nostro ministro degli Esteri pongono alle nostre coscienze una domanda: chi è grato a chi? È il popolo ucraino in debito con noi e con l’Europa o è vero il contrario?
Sappiamo bene che c’è una parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche, non solo in Italia, che attribuisce alla solidarietà verso l’Ucraina gran parte dei problemi della crisi energetica per superare la quale basterebbe tornare alle dipendenze del gas russo.
Questo è solo un aspetto della “comprensione’’ per la politica imperialista ed aggressiva di Putin che, al di là delle dichiarazioni formali, è molto diffusa.
È altrettanto vero che le istituzioni e i governi dell’Unione hanno fornito dei contributi importanti alla lotta del popolo ucraino.
A conti fatti gli interventi di solidarietà ammontano ad un importo superiore a quello degli Usa e vi è l’impegno di stanziare altri 93 miliardi di euro ripartiti tra ciascun paese membro.
Resta però una sostanziale e incolmabile differenza tra chi impiega le proprie risorse perché altri combattano al suo posto.
Nel suo discorso Zelensky ha toccato un punto critico quando ha ricordato che “oggi lavoriamo attivamente con i nostri partner sulle garanzie di sicurezza, e ne sono grato. Ma quelle valgono dopo la guerra, dopo il cessate il fuoco. Allora ci saranno contingenti, pattugliamenti congiunti, bandiere alleate sul suolo ucraino. È un ottimo passo, un segnale giusto: Regno Unito e Francia sono pronti a impegnare realmente le proprie forze sul terreno – e c’è già un primo accordo in tal senso’’.
Come a dire che il problema è quello di arrivare al cessate il fuoco e che anche il lavorio e gli impegni dei “volenterosi” somigliano troppo ad un “pagherò a babbo morto’’.
Le cose andrebbero diversamente se i contingenti, i pattugliamenti congiunti, la bandiere sul suolo ucraino venissero impiegati per ottenere il cassate il fuoco o addirittura, fin dall’inizio, per contrastare l’aggressione russa.
Ma in Ucraina l’Europa non è stata in grado di mandare neppure quel manipolo di militari inviati a presidiare la Groenlandia.
Anche Zelensky, però, commette un errore: quello di immaginare un’Europa ideale che non solo non esiste, ma non è mai esistita.
In Europa domina sempre lo spirito di Monaco, dell’appeasement con il nemico di turno, il quale ha sempre potuto contare su di una “quinta colonna’’ obbediente ai suoi ordini.
Nel XX secolo gran parte dell’opinione pubblica era sensibile all’appello di Mosca, sempre pronta ad inscenare – mettendo in campo fior di intellettuali – manifestazioni pacifiste a senso unico.
Fu l’appartenenza all’Alleanza atlantica (e al blocco occidentale) a fare da argine (in un mondo diviso in blocchi contrapposti) contro l’Urss. Adesso, tra qualche anno, le “quinte colonne’’ di Putin potrebbero andare al potere grazie al voto popolare nei paesi più importanti.
Certo con una differenza: Breznev manovrava i partiti comunisti; Putin quelli neofascisti che godono pure dell’appoggio di Trump.
L’Unione europea rischia di diventare una malacopia della Società delle Nazioni: l’organizzazione internazionale che dopo la Grande Guerra aveva il compito di garantire la pace, tramite la diplomazia e il multilateralismo e che naufragò quando Woodrow Wilson fu sconfessato dalla deriva isolazionista del Congresso e venne a mancare l’influenza degli Usa nelle questioni europee.
Mutatis mutandis, non è del tutto estranea a quella vicenda la situazione dei rapporti odierni tra le due sponde dell’Atlantico.
Il dialogo tra l’Europa e gli Usa è divenuto una rincorsa dei leader europei per impedire che Trump divenga il piazzista di Vladimir Putin.
Ma anche i Paesi europei che si autodefiniscono “volenterosi’’ sono consapevoli dei loro limiti e di aver robuste quinte colonne di Putin nello loro file (in Italia Putin può contare su di una rappresentanza in ambedue le coalizioni).
Sanno di non essere in grado di prendere il posto degli Usa a livello delle forniture militari, mentre si sarebbe potuto provvedere al finanziamento corrente dell’Ucraina confiscando gli asset russi (210 miliardi) congelati nei diversi paesi europei, soprattutto in Belgio, il vaso di coccio che viaggia insieme a quelli di ferro.
Ma questa discussione che si svolgeva da mesi, di riunione in riunione, somigliava a un grande “gioco dell’oca”: ogni volta che si gettavano i dadi c’era sempre qualcuno o qualcosa che riportava tutti alla casella di partenza.
In particolare, si usava un argomento che è un capolavoro di ipocrisia (l’osservazione vale anche per il governo italiano e la premier): occorreva trovare una “base giuridica” solida, per non correre il rischio di azioni giudiziarie che, in caso di sconfitta, avrebbero devastato, con i risarcimenti i bilanci di tanti paesi.
Poi, quando Donald Tusk ha gettato sul tavolo la spada di Brenno con le parole “o i soldi oggi o il sangue domani’’.
A sentire evocare il “sangue’’, il vertice dei capi di Stato e di governo ha capito che una soluzione andava trovata, se non si voleva morire per Kiev o perdere per sempre la faccia.
L’Europa, così, ha deciso di fornire il sostegno finanziario dell’Ucraina per il 2026 e il 2027 con un debito europeo da 90 miliardi di euro, garantito dal margine di bilancio. Un’operazione che continua ad evitare l’invio dei nostri giovani a “morire per Kiev’’.
Sappiamo la fine che capitò nel secolo scorso a chi non voleva “morire per Danzica’’. “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” è una celebre frase di Bertolt Brecht nella Vita di Galileo. Gli europei l’hanno riscritta così: “Il nostro popolo non ha bisogno di eroi, perché ha imparato a farne a meno”.















