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Cosa si muove attorno all’Iran mentre l’Ue stringe sul piano politico

Ci sono due binari paralleli attorno a Teheran. L’Unione europea rafforza la pressione politica e diplomatica sul regime, accusato delle repressioni contro i manifestanti, Israele e Arabia Saudita si muovono per avere da Washington informazioni dirette sugli sviluppi della situazione. L’opzione militare resta sul tavolo?

Il dossier iraniano non è più gestito lungo un solo binario. Accanto alle decisioni pubbliche di Bruxelles, i principali attori regionali stanno cercando informazioni, chiarimenti e rassicurazioni a Washington, preoccupati dalle possibili evoluzioni militari e dall’incertezza strategica che circonda le prossime mosse degli Stati Uniti.

Lo dimostra il doppio viaggio nella capitale statunitense di delegazioni israeliane e saudite, avvenuto mentre l’amministrazione Trump continua a non escludere opzioni militari contro l’Iran, e completa un significativo rafforzamento della propria postura nel Golfo. Il quadro che emerge è quello di una gestione parallela della crisi: da un lato l’azione normativa e sanzionatoria europea per fare pressione sul regime; dall’altro il coordinamento di sicurezza e intelligence che ruota attorno agli Stati Uniti, che pressano altrettanto la teocrazia con dimostrazioni di forza e potenzialità operativa.

Questa dinamica riflette una crescente percezione di rischio. L’Iran è sottoposto a uno stress interno ed esterno sempre più articolato a causa della repressione contro le manifestazioni anti-regime (e meno direttamente per il suo ruolo nel sostegno militare alla Russia), ma allo stesso tempo resta al centro di un possibile scenario di escalation regionale. Diplomazia, deterrenza e preparazione operativa procedono insieme, senza che nessuno di questi livelli abbia ancora prevalso sugli altri.

La mossa dell’Ue: dall’apparato sanzionatorio alla svolta politica sull’Irgc

In questo contesto, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un nuovo pacchetto di misure restrittive contro l’Iran che segna un salto di qualità politico, non solo quantitativo. Alla tradizionale architettura sanzionatoria per le violazioni dei diritti umani e per il sostegno militare a Mosca, l’Ue ha ora affiancato una scelta dal forte valore simbolico e strategico: la designazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc) come organizzazione terroristica.

“La repressione non può restare senza risposta”, ha dichiarato l’Alta rappresentante Kaja Kallas al termine del Consiglio Affari Esteri. “Qualsiasi regime che uccide migliaia dei propri cittadini sta lavorando verso la propria fine”, ha aggiunto, rivendicando la decisione unanime dei 27.

La scelta è il punto di arrivo di un percorso politico preciso. La linea è stata promossa pubblicamente dall’Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha spinto – con un annuncio pubblico nei giorni scorsi – per un inasprimento della risposta europea sul dossier iraniano, trovando rapidamente il sostegno della Germania e di diversi altri Paesi membri. Nelle ultime ore, la posizione è stata rafforzata prima dall’appoggio della Spagna e poi da quello della Francia, inizialmente riluttanti, fino a convergere in una decisione unanime formalizzata a Bruxelles.

Accanto alla designazione dell’Irgc, il Consiglio ha imposto sanzioni a 15 persone e sei entità coinvolte nella repressione violenta delle proteste, portando il totale delle misure per i diritti umani a 247 individui e 50 entità. Parallelamente, sono state rafforzate le sanzioni contro aziende e individui legati ai programmi missilistici e di droni iraniani, con un ulteriore ampliamento dei divieti all’export di tecnologie sensibili.

Nel loro insieme, queste decisioni mostrano come Bruxelles abbia scelto di fondere definitivamente il piano dei diritti umani con quello della sicurezza, trattando l’Iran non più come un caso isolato, ma come un attore destabilizzante su più teatri.

Washington e i viaggi regionali: intelligence, rassicurazioni, de-escalation

Mentre l’Ue agisce sul piano normativo, il baricentro operativo del dossier iraniano resta a Washington. Negli ultimi giorni, alte delegazioni israeliane e saudite hanno visitato la capitale statunitense per colloqui con Pentagono, intelligence e Casa Bianca.

Israele ha puntato soprattutto sulla condivisione di intelligence, fornendo informazioni mirate sulle capacità iraniane e su possibili obiettivi, in un momento in cui l’amministrazione Trump valuta apertamente opzioni militari.

L’approccio saudita è stato diverso. Riyadh si è presentata come attore prudente, concentrato sulla prevenzione di un’escalation regionale, cercando al tempo stesso rassicurazioni sulle intenzioni statunitensi. L’Arabia Saudita ha anche facilitato il passaggio di messaggi indiretti tra Washington e Teheran, chiarendo però limiti netti, a partire dal rifiuto di qualsiasi utilizzo del proprio spazio aereo per un attacco contro l’Iran – una posizione presa pubblicamente nei giorni scorsi anche dagli Emirati Arabi Uniti.

Questi viaggi paralleli mostrano priorità differenti ma una preoccupazione comune: l’incertezza sulle prossime decisioni americane. Il rafforzamento militare statunitense nel Golfo è ormai quasi completo, ma la Casa Bianca continua a sostenere che non sia stata presa una decisione finale e che la diplomazia resti, almeno formalmente, un’opzione.

Teheran, intanto, ha ribadito che qualsiasi attacco statunitense verrebbe considerato un atto di guerra, con una risposta immediata e su larga scala.

Cosa osservare ora

Tre elementi saranno decisivi: se le sanzioni europee produrranno un reale effetto di pressione o resteranno simboliche; se la postura militare americana rimarrà deterrente o evolverà in azione; e se gli attori regionali riusciranno a tenere aperti canali di de-escalation.

Per ora, l’Iran resta al centro di una stretta strategica multilivello — politica in Europa, militare attorno agli Stati Uniti — con le prossime mosse che difficilmente arriveranno da Bruxelles, ma molto più probabilmente da Washington.


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