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Da Netflix al Fondo per l’Arte contemporanea, la cultura dell’effetto wow non crea fruitori, ma clienti

Non si favorisce la cultura forzando ad una fruizione perenne. La si favorisce creando le condizioni perché una determinata produzione culturale possa avere un impatto sulle persone. Vendere è necessario, non imperativo. La riflessione di Stefano Monti

Il nostro mondo è un carosello perenne di camere delle meraviglie, che ci intrappolano in una condizione di costante ricerca dello stupore, talvolta a scapito di bellezza e di crescita personale e collettiva. Si tratta di una condizione strutturale del nostro tempo, una dimensione culturale diffusa che coinvolge qualsiasi elemento della nostra realtà. Sono camere delle meraviglie le scoperte archeologiche, che ogni giorno cambiano “ciò che sappiamo della storia” e che il giorno dopo non sono neanche più “storia”. Sono camere delle meraviglie le vite degli altri promosse sui social. Sono camere delle meraviglie le riflessioni sul contemporaneo.

La ricerca dell’effetto wow, espressione molto in voga qualche anno fa, è divenuta prassi. Si tratta di un tarlo costante, che tuttavia celebra l’apoteosi dell’estemporaneo, senza considerare il processo di ideazione (e produzione) all’interno di una catena di creazione del valore più ampia. Certo, non è una pandemia che contagia tutti. Alcune industrie mostrano una migliore comprensione del confine che esiste tra comunicazione e produzione. L’industria dei robot, ad esempio, sa bene che la loro produzione non sarà rivolta alla casalinga che finalmente può smettere di cucire a maglia.

Allo stesso modo, chi lavora nell’Intelligenza Artificiale sa bene che questo training globale a basso costo ha un valore che è tutt’altro che legato all’introduzione dei ricavi derivanti dalla pubblicità all’interno dei conti economici. Chi invece mostra una minore consapevolezza di questa nostra passione per lo stupore è proprio la cultura, che con le sue modalità di intervento propone sempre più una fruizione in reel piuttosto che sistematiche riflessioni. La cronaca sembra confermare tale tendenza. Da un lato la trattativa in corso tra Netflix e Warner Bros Discovery, che ha sollevato molta preoccupazione tra alcuni addetti del settore a causa di una possibile contrazione del periodo di permanenza delle pellicole in sala.

Secondo alcune fonti, infatti, la strategia di Netflix potrebbe vertere sulla promozione della piattaforma, riducendo a 17 i giorni di permanenza in sala, per poi trasferire il nuovo film in streaming. Una condizione che genera per ogni pellicola lo stesso meccanismo dell’evento: con poco tempo a disposizione, chi vuole vedere i film al cinema dovrà affrettarsi, con un incremento atteso della densità di fruizioni. Una strategia che può rivelarsi anche vincente, ma che non tiene conto delle esigenze cognitive. Saltarellare nella quantità della produzione, con un tasso di rotazione elevato, su temi probabilmente molto distanti tra loro, non aiuta affatto alla sedimentazione delle espressioni. Si accelerano le produzioni, si accelerano le distribuzioni, si accelerano le fruizioni, in una perenne rincorsa all’ultimo trend.

Un carosello che potrebbe senza dubbio funzionare sotto il profilo industriale, e avere anche degli effetti positivi in termini di “numero di spettatori”, ma la cultura non è un oggetto come un altro, e senza la partecipazione intellettuale attiva diventa semplicemente divertissement. Sulla stessa linea anche la scelta del Governo di stanziare nuove risorse a favore dei musei statali per acquisizione di opere di arte contemporanea. Una scelta che il Ministero, attraverso un comunicato stampa, ha adottato con lo scopo di rafforzare “il ruolo dei musei statali come custodi e interpreti anche della creatività contemporanea, ampliando le collezioni pubbliche e garantendo nuove opportunità di conoscenza per i cittadini.”

Anche in questo caso si tratta di un’azione che ha più senso in una logica economica piuttosto che culturale. Sotto il profilo meramente monetario, si tratta di soldini che lo Stato distribuisce a istituti statali per l’acquisizione di opere contemporanee, che tenderanno quindi ad incrementare il valore generale delle opere custodite, e che al contempo incrementa anche il mondo dell’offerta d’arte contemporanea con effetti positivi in termini di mercato. Sotto il profilo culturale, però, si tratta di una scelta che ben si adatta ad una fruizione da “prima domenica del mese” piuttosto che ad una visita strutturata, perché inserire, in un percorso di visita, uno o più pezzi prodotti a partire dalla seconda guerra mondiale non è generare conoscenza.

Non è solo con l’esposizione che si possono assorbire i codici linguistici ed estetici dell’arte contemporanea. Con uno o due pezzi acquistati attraverso questi fondi, si potrà al massimo riproporre un’ennesima sensazione di stupore, associando arte classica e contemporanea, che va tanto bene per le foto su Instagram, ma che spesso è un’operazione che ha lo stesso valore culturale di affiancare in un autosalone una macchina del novecento con una prodotta oggi. Pur confermando il grande rispetto scientifico verso tutti (o quasi) i direttori dei musei, che rimane indubbio. Ma anche il più grande giocatore di scacchi perderebbe se iniziasse la partita con solo due pedine.

Quando si pensa allo sviluppo culturale, quindi, è necessario anche iniziare a considerare le “spese” come investimenti collettivi. E ricordarsi che la cultura in alcuni casi è un settore merceologico che ha dei funzionamenti diversi da altri segmenti produttivi. Non si favorisce la cultura forzando ad una fruizione perenne. La si favorisce creando le condizioni perché una determinata produzione culturale possa avere un impatto sulle persone. Vendere è necessario, non imperativo.


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