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Disinformazione e resilienza democratica. Ecco il paradigma svedese della difesa psicologica

Nel conflitto informativo globale la posta in gioco è la coesione interna delle società aperte. Il report della Psychological Defence Agency propone un modello alternativo al controllo statale dell’informazione, fondato su pluralismo, fiducia sociale e responsabilità civica

La guerra moderna e le sue minacce hanno ormai strutturato la propria forma nello spazio informativo, insinuandosi nei processi decisionali, agiscono sulle percezioni collettive, minando e avvelenando gli arsenali intellettuali e la dimensione epistemica delle democrazie liberali.

In questo contesto si inserisce il nuovo studio della Psychological Defence Agency, pilastro della difesa cognitiva europea e occidentale. Secondo l’agenzia svedese, le democrazie liberali sarebbero oggi sempre più vulnerabili, non per difetto ma per loro natura.

L’apertura dello spazio pubblico, la libertà di espressione, la fiducia sociale e l’assenza di controllo centralizzato dell’informazione: i pilastri dei sistemi democratici sono gli stessi che rendono queste strutturalmente esposte alle influenze ostili. Non perché deboli ma poiché aperte.

Difendersi senza snaturarsi

Come difendersi? Lo studio insiste su un principio costitutivo e non negoziabile. Difendere la democrazia con strumenti antidemocratici equivale a tradire sé stessi e concedere una vittoria strategica all’avversario. Censura preventiva e controllo dell’informazione non sono poi opzioni praticabili.

La difesa psicologica non coincide con il controllo dell’informazione e si fonda, al contrario, ricorda la Psychological Defence Agency, sul rafforzamento delle condizioni costitutive di uno spazio pubblico democratico: pluralismo, trasparenza e, soprattutto, capacità critica, istituzioni capaci di analizzare, attribuire, segnalare e coordinare, senza sostituirsi al dibattito pubblico.

L’influenza come arma strategica

Puntare a creare e strutturare convinzioni non è il primo e più immediato obiettivo delle campagne di influenza, che più spesso puntano a disorientare, polarizzare, saturare l’attenzione, spostando così l’agenda politica, minando la fiducia nelle (e delle) istituzioni. La logica è del tutto coerente con la competizione geopolitica contemporanea. Colpire la coesione interna dell’avversario è meno costoso, spesso più efficace, evitando un confronto militare.

In questo quadro, insiste il report, la libertà di espressione viene apertamente strumentalizzata come terreno di conflitto. Qui, la disinformazione può essere formalmente legale, spontaneamente riprodotta e politicamente distruttiva allo stesso tempo.

Il contrasto collettivo

Il manuale svedese individua la cittadinanza come la prima linea della difesa psicologica dello Stato. In un ecosistema dominato dai social media, ogni individuo è un nodo della rete informativa, potenziale vettore di disinformazione e, allo stesso tempo, possibile punto di rottura di narrazioni ostili. Nel modus digitandi collettivo, ogni condivisione può rafforzare o indebolire la resilienza collettiva.

Il modello svedese

Il caso svedese è spesso citato come modello per l’elevato livello di fiducia sociale e la solidità del sistema mediatico. L’intensificarsi della competizione geopolitica, l’uso dell’intelligenza artificiale nella produzione di contenuti falsi e la crescente frammentazione sociale stanno ridisegnando il campo di battaglia informativo.

La difesa psicologica è tanto un fattore di resilienza democratica quanto una responsabilità politica che riconosca nell’informazione un’infrastruttura critica e la mente dei cittadini come obiettivo strategico. Il messaggio finale dello studio, realizzato in collaborazione con l’Università di Lund, traccia una linea guida per orientare il futuro della difesa cognitiva europea che dovrà basarsi, insiste l’agenzia svedese, sul rafforzamento delle condizioni di apertura democratiche e sulla formazione dei cittadini, vero obiettivo di questa guerra moderna.


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