Tra qualche mese, ormai orfana delle forniture di metano russe, l’Ue dovrà camminare sulle proprie gambe. Il petrolio rimarrà in partita, ma saranno le rinnovabili e il gas a guidare la transizione. Una cosa è certa, il Vecchio continente è ancora poco emancipato. Ecco cosa racconta il settimo rapporto Med&Italian energy, frutto della sinergia scientifica tra Srm, il Centro studi di Intesa Sanpaolo e l’Esl Energy center Lab del Politecnico di Torino
Non è mai facile essere dipendenti dagli altri. Specialmente quando si tratta di energia. Tra un anno in Europa non arriverà più nemmeno un metro cubo di gas russo, dopo il via libera del Consiglio Ue ai regolamenti che di fatto chiudono l’esperienza dell’importazione di metano dall’ex Urss. E dunque, il Vecchio continente dovrà farcela con le proprie gambe. Rinnovabili, gas liquefatto dagli Stati Uniti e metano dal Nord Africa, il tutto con una, ancora robusta, dose di petrolio. Questo il mix energetico dei prossimi decenni, senza dimenticare una variabile: il nucleare.
Chi sta meglio e chi sta peggio
La Francia è al sicuro con le sue 18 centrali, ma Italia e Germania rischiano grosso. La prima è ancora in attesa di capire se e quando ci sarà un ritorno all’atomo. La macchina, certo, si è messa in moto, in Parlamento giace un ddl che dovrebbe portare, referendum permettendo, all’atomo di ultima generazione. La seconda, dopo essere tornata al carbone all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è ancora legata mani e piedi al metano russo. Per questo la domanda è: da quale stato delle cose parte la nuova era energetica europea?
Se ne è parlato in occasione della presentazione al Parlamento europeo del settimo Med&Italian energy report, frutto della sinergia
scientifica tra Srm, il Centro studi di Intesa Sanpaolo e l’Esl Energy center Lab del Politecnico di Torino e realizzato con la collaborazione della
Fondazione Matching Energies. L’evento, patrocinato dai deputati europei Elena Donazzan e Giorgio Gori, è stato organizzato in collaborazione con la struttura European Regulatory and Public Affairs di Intesa Sanpaolo che ha sede a Bruxelles. Hanno presentato invece il rapporto Massimo Deandreis, direttore generale Srm ed Ettore Bompard, direttore scientifico Esò Eenergycenter Lab.
Questione di dipendenza
Ebbene, ad oggi l’Europa resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche con una percentuale del 56,9% sul totale dei consumi. La Cina è al 24% mentre gli Usa sono del tutto autosufficienti. E proprio su questo elemento si gioca la competizione globale. L’Italia, per esempio, ha una dipendenza energetica superiore alla media europea ma in lieve miglioramento, al cospetto di una Francia che, grazie al nucleare, ha una dipendenza inferiore alla media europea (40,1%) mentre la Germania ha un posizionamento, come l’Italia, superiore alla media e in crescita al 66,8%.
Una cosa è però certa. Il mix elettrico europeo sta mutando. Dal 2000 ad oggi l’uso del carbone è sceso dal 32% all’11%, mentre aumentata la quota del gas naturale dal 12% al 15%. Crescono poi e fortemente le energie rinnovabili, passate dal 15% al 47% contribuendo ad alleggerire la dipendenza europea. E tutti i paesi europei hanno migliorato la quota di rinnovabili sulla generazione elettrica: l’Italia con il 49% del mix elettrico è sopra la media europea. In tal senso, si legge nel rapporto, il dialogo euro mediterraneo sulle rinnovabili è quindi indispensabile per accelerare la diminuzione della dipendenza energetica europea.
Il fattore petrolio
Il petrolio resta però una componente importante, seppur in calo, del mix elettrico europeo con il 23% del totale: per questo è importante porre attenzione agli eventi internazionali. Rilevante il ruolo del Venezuela che possiede il 17,5% delle riserve mondiali di petrolio accertate (precedendo l’Arabia Saudita che ha il 17,2%) ma che non compare tra i primi 10 produttori al mondo per totale di produzione al 2024 e quindi un possibile suo rientro nel mercato mondiale dell’oil potrebbe avere delle ripercussioni non trascurabili. L’Iran possiede, invece, il 9,1% delle riserve mondiali di petrolio accertate e controlla il 5,2% della quota di mercato della produzione. Inoltre, ha il 17,1% delle riserve mondiali di gas (subito dopo la Russia con il 19,9%) ma scende al terzo posto per livello di produzione con il 6,4% del totale mondiale estrazione di gas.
L’Italia delle navi
L’Italia, tornando al futuro dello Stivale, ha comunque una carta da giocare: quella delle navi, specialmente ora che con la Russia fuori dai giochi aumenterà il flusso di gnl importato dagli Stati Uniti. Lo shipping italiano riveste, infatti, una posizione importante anche per la movimentazione
di Oil and Gas: il totale complessivo dei traffici di rinfuse liquide ha sfiorato 170 milioni di tonnellate nel 2024 e superato le 80 nel primo semestre 2025 pari al 34% del traffico merci del Paese. L’Italia, non a caso, ha la seconda flotta europea di navi cisterna e la quarta flotta europea di navi per rinfusiero, elementi che rappresentano un punto di forza strategico del nostro Paese.
















