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Export control, industria e sicurezza. Il Forum alla Farnesina ridisegna le priorità italiane

Il controllo delle esportazioni si sta affermando come una chiave di lettura indispensabile per comprendere le trasformazioni dell’economia e della sicurezza globale. Dal Forum dedicato al tema emerge un quadro in cui le tecnologie a duplice uso impongono scelte più integrate tra politica industriale e tutela degli interessi nazionali. La sfida condivisa è costruire regole efficaci, capaci di proteggere senza ostacolare crescita, innovazione e presenza internazionale delle imprese italiane

Il controllo delle esportazioni si conferma uno snodo centrale delle politiche industriali e di sicurezza. È il messaggio che emerge dal 3° Forum italiano sul controllo delle esportazioni, ospitato alla Farnesina, dove istituzioni, imprese e mondo della ricerca hanno fatto il punto sulle trasformazioni in atto nel sistema dei beni a duplice uso, tra tensioni geopolitiche, nuove tecnologie e crescente integrazione tra commercio e sicurezza. All’incontro hanno partecipato anche importanti realtà industriali attive nei settori strategici, tra cui Fincantieri ed Elt.

Sicurezza internazionale e proiezione economica

Edmondo Cirielli, vice ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, ha impostato l’avvio dei lavori sul nesso tra promozione economica e responsabilità internazionale, collocando l’export control dentro una “intersezione” che riguarda anche credibilità e posizionamento del Paese. “Le esportazioni in particolare, quelle che riguardano la tecnologia a duplice uso, sono oggi” un terreno strategico “non solo per il loro valore economico, ma anche per le implicazioni che si comportano in tema di sicurezza internazionale ma anche nazionale”.

Nel suo intervento, il controllo delle esportazioni è stato presentato non come adempimento separato dall’economia reale, ma come parte della proiezione esterna dell’Italia. “In questa era di connessioni digitali e di rapide evoluzioni tecnologiche la sicurezza non può più essere vista come un concetto separato dal commercio e dall’innovazione”, ha detto, indicando l’esigenza di un equilibrio che protegga gli interessi nazionali senza interrompere le traiettorie di crescita e internazionalizzazione.

Il comparto dual use tra industria e sicurezza

Il punto di caduta per l’industria italiana è segnato da un lato dalla forza manifatturiera che sostiene l’export, dall’altro l’aumento dei rischi legati a proliferazione, diversione e appropriazione tecnologica. In questa cornice si inserisce l’intervento di Maria Tripodi, sottosegretario di Stato agli Affari esteri e alla cooperazione internazionale, che ha richiamato il peso economico del comparto: “L’ambito dei materiali a duplice uso è particolarmente importante per una grande economia manifatturiera ed esportatrice come quella del nostro Paese”.

Tripodi ha legato questo rilievo industriale alla postura pubblica sui controlli: “Il governo promuove un approccio rigoroso nel controllo delle esportazioni per evitare che materiali sensibili finiscano nelle mani sbagliate”. E insieme ha indicato la linea di lavoro sul rapporto con gli operatori: “Il Governo è impegnato a minimizzare gli oneri amministrativi a carico degli operatori economici, affinché rigorosa applicazione delle regole di controllo ed efficienza e rapidità dei procedimenti di autorizzazione vadano di pari passo”.

Ordine globale e tecnologie dual use

“Il contesto globale non è semplicemente instabile, ma strutturalmente mutato rispetto ai paradigmi che hanno guidato l’ordine internazionale negli ultimi decenni”. Così Giorgio Aliberti, direttore dell’Autorità nazionale Uama, ha collocato il tema dual use in una traiettoria geopolitica che spinge gli Stati a riconsiderare il rapporto tra commercio, autonomia strategica e sicurezza, con effetti diretti sui controlli.

Nel suo quadro, la crescente ambivalenza delle tecnologie impone una lettura meno meccanica e più selettiva delle misure. “Le tecnologie a duplice uso occupano una posizione strutturalmente ambigua: fattori essenziali di innovazione, crescita e competitività, ma anche potenziali moltiplicatori di rischio”. Da qui l’accento su controlli calibrati e informati: “Controlli eccessivamente generalizzati o poco informati possono risultare inefficaci o persino controproducenti”, anche perché rischiano di incidere su investimenti e filiere ad alta tecnologia senza produrre un’effettiva riduzione dei rischi.

Imprese, compliance e dialogo con le istituzioni

Che cosa significa tutto questo, in concreto, per chi esporta? Nella prospettiva presentata da Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, il cambiamento principale è che export control e sanzioni sono diventati un fattore ordinario di governance aziendale. “Il controllo delle esportazioni, le sanzioni economiche e la disciplina dei beni a duplice uso non sono più ambiti specialistici riservati a pochi operatori”, ma “strumenti che incidono direttamente sulle scelte industriali, sugli assetti organizzativi e sulla governance”.

Firpo ha inserito questo passaggio nella trasformazione del contesto internazionale, segnato da forte instabilità e dalla centralità crescente della sicurezza economica europea. E ha richiamato la direzione verso cui si muove l’ecosistema dei controlli: “La compliance in materia di sanzioni ed export control non può più essere considerata un adempimento formale, ma si configura sempre più come un elemento strutturale della strategia aziendale”. Nel confronto con gli operatori, il tema operativo rimane quello di rendere le regole praticabili senza abbassare la soglia di vigilanza.

Uno scenario in evoluzione

Dal confronto è emersa l’immagine di un settore chiamato a operare in un ambiente sempre più complesso, dove sicurezza, competitività e innovazione devono procedere insieme. Il rafforzamento della cooperazione tra istituzioni, imprese e mondo della ricerca è stato indicato come la condizione per affrontare le nuove sfide dell’export control e per garantire stabilità e prevedibilità in un contesto internazionale in rapido mutamento.


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