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Gli Usa hanno chiuso la partita con Maduro ma non con il Venezuela

Gli Stati Uniti hanno catturato Nicolas Maduro con un’operazione militare su vasta scala nel cuore del Venezuela. Il blitz, preparato per mesi, ha azzerato le capacità di difesa aerea del Paese senza però determinare il collasso immediato dell’apparato di potere a Caracas. Le operazioni militari risultano al momento sospese, ma è ancora presto per dichiarare conclusa la crisi

Alla fine, gli Stati Uniti si sono risolti a chiudere i conti con Nicolas Maduro manu militari. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, le Forze armate americane hanno condotto con successo un’operazione all’interno del territorio venezuelano per sopprimere le difese aeree del Paese e prendere in custodia il leader del governo di Caracas. L’operazione Absolute Resolve – così è stata soprannominata – rappresenta il culmine di un build-up militare di oltre cinque mesi nella regione caraibica e l’ultimo capitolo del braccio di ferro tra gli Usa e il presidente venezuelano. Eppure, nonostante la cattura di Maduro, il governo venezuelano per ora rimane in piedi e non si possono ancora escludere ulteriori azioni militari da parte degli Usa.

Cosa è successo

Alcuni dettagli dell’operazione restano ancora oscuri, ma è già possibile ricostruire con una certa affidabilità lo svolgersi degli eventi. Alle ore 22:46, elementi aviotrasportati del 160th Special Operations Aviation Regiment – anche noti come Night Stalker – si sono levati in volo dalla USS Iwo Jima verso la capitale venezuelana, volando a pelo d’acqua per ridurre al minimo la loro traccia radar. Contestualmente, un dispositivo interforze tra Marina, Aeronautica, Marines e Cyber Command ha condotto una serie di attacchi cinetici e cyber contro le infrastrutture di comando e controllo e distrutto i principali sistemi anti-aerei sulla costa, su Isla Margarita e intorno alla capitale. Lo sbarramento aereo, comprensivo di 150 assetti tra caccia, bombardieri, droni ed elicotteri, ha così spianato la strada alle forze speciali, le quali hanno puntato dritto sulla posizione di Maduro, preventivamente fornita dagli operativi della Cia, impegnati da mesi a condurre operazioni sotto copertura nel Paese. Alle 1:01, i soldati della Delta Force dell’US Army hanno raggiunto il compound dove si trovava il leader venezuelano e, dopo uno scontro a fuoco contro alcuni difensori, hanno preso in custodia Maduro e la moglie, Cilia Flores. Per le 3:29, entrambi i prigionieri erano a bordo della USS Iwo Jima, pronti a essere condotti negli Stati Uniti. L’intera operazione, condotta contemporaneamente su più domini, si è svolta nell’arco di 30 minuti e con nessuna perdita umana e materiale da parte degli Usa. 

Un’operazione su vasta scala

Benché l’operazione avesse come obiettivo principale la cattura del leader venezuelano, la scala dell’attacco è più grande di quanto non sembri. Mentre le forze speciali si dirigevano verso la posizione di Maduro, il resto del dispositivo militare Usa ha condotto svariati attacchi nel resto del Paese. Le autorità governative venezuelane non hanno fornito dati al riguardo, ma prove fotografiche e rilievi satellitari mostrano chiaramente che, oltre a catturare Maduro, gli Usa hanno inferto un colpo pesante alle Forze armate bolivariane, distruggendo numerosi sistemi di difesa aerea e colpendo direttamente alcune importanti infrastrutture e installazioni militari. L’attacco di soppressione delle difese aeree, oltre a radar e batterie di intercettori, ha probabilmente distrutto la maggior parte – se non la totalità – dei caccia dell’aviazione venezuelana, come suggerito dalle esplosioni registrate sulle piste di decollo. Per quanto non confermato, non si può escludere che parte di questi strike sia stata condotta mediante l’impiego di missili lanciati dalle piattaforme navali presenti nella regione. Le Forze armate venezuelane restano in piedi, ma ogni loro capacità di interdizione deve ritenersi cancellata. Ciò significa che, pur controllando ancora il territorio, le truppe di Caracas non sono in condizione di impedire ulteriori incursioni aeree (o anfibie) all’interno del Paese. Questo dato è particolarmente importante, dal momento che Trump ha dichiarato che una seconda ondata “molto più grande della prima” è già pronta, nel caso in cui le autorità venezuelane non volessero collaborare con l’amministrazione Usa. Effettivamente, dato il numero di assetti che gli Usa hanno concentrato nella regione, è verosimile ritenere che le forze americane siano preparate a un ulteriore e più massiccio impiego boots on the ground, se la situazione dovesse richiederlo.

Perché adesso?

A quanto risulta noto, l’operazione era pronta per essere lanciata già da alcune settimane, ma la sovrapposizione con l’intervento di Natale contro lo Stato Islamico in Nigeria ne avrebbe ritardato l’esecuzione. Quanto ai tempi, era inevitabile che la situazione dovesse in qualche modo sbloccarsi. Come già analizzato, un simile dispiegamento di unità e mezzi nella regione in stato di prontezza operativa non è sostenibile sul lungo periodo, né sul piano economico né su quello strategico, almeno non per una semplice dimostrazione di forza. È possibile che la decisione di procedere con l’operazione in questo momento sia stata dunque dettata non solo da calcoli politici, ma anche dalla necessità di chiudere rapidamente una partita sempre più esosa per le casse del governo federale. 

Che succede ora?

Durante la conferenza stampa in cui ha spiegato i dettagli dell’operazione, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “guideranno il Paese fino al raggiungimento di un’adeguata transizione”. Tuttavia, le figure e le autorità del governo di Maduro restano al loro posto, così come le Forze armate. La nuova presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez, e il suo governo non sembrano inclini a voler collaborare con gli Usa, che accusano di aver violato la sovranità del Paese e la Carta delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, non è impossibile che una via negoziale sia già in corso. Diversamente, non si spiegherebbe perché gli Usa, pur avendone le capacità, non abbiano condotto un’operazione di decapitazione della leadership venezuelana tout-court. È possibile che l’amministrazione Trump, la quale viene già accusata dai democratici di essersi immischiata in un ennesimo impegno militare all’estero, cerchi una via rapida per la risoluzione della questione che includa almeno degli elementi delle istituzioni venezuelane. Ipotesi peraltro avvalorata dall’indiscrezione che vorrebbe Trump non favorevole all’imposizione di Maria Corina Machado come nuovo capo di Stato. Tutto adesso si giocherà sulle mosse e contromosse di Caracas e Washington – nonché degli altri attori internazionali. Se il governo Rodriguez – e soprattutto le Forze armate – dovessero optare per la linea dura nei confronti degli Usa e delle richieste di Trump, non si può escludere un ulteriore ricorso ad azioni militari da parte di Washington.


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