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Ecco tutte le ragioni che rendono la Groenlandia importante sul piano militare

Risorse minerarie? Molte. Giacimenti di gas e petrolio? Anche. Eppure, la vera importanza strategica della Groenlandia risiede nella sua posizione geografica e nei vantaggi che offre sul piano militare. Intelligence e difesa missilistica, ma non solo. Ecco perché il territorio autonomo danese rappresenta un asset strategico di immenso valore. E perché fa gola a molti

Nella geografia strategica contemporanea, poche aree offrono tanti vantaggi militari quanto la Groenlandia. Quella che per decenni è stata percepita come una periferia glaciale del sistema internazionale è oggi, a tutti gli effetti, uno degli snodi centrali del quadrante strategico euro-atlantico.

La sua rilevanza non discende soltanto dalla collocazione artica in senso geografico, ma anche dal modo in cui quella collocazione interagisce con le esigenze di sorveglianza strategica, difesa antimissile, controllo delle rotte marittime e con l’evoluzione del dominio spaziale come ambito operativo autonomo.

Durante la Guerra fredda, la Groenlandia aveva già assunto un ruolo chiave come avamposto dell’early warning statunitense contro un possibile attacco sovietico. Le traiettorie dei missili balistici intercontinentali diretti verso il Nord America passavano – e continuano a passare – per le alte latitudini, rendendo l’isola un punto di osservazione privilegiato. Con la fine del bipolarismo, questa funzione sembrò progressivamente cristallizzarsi in una dimensione prevalentemente scientifica, perdendo parte della sua centralità politico-strategica. Oggi, tuttavia, quel ruolo sta tornando pericolosamente nel radar delle grandi potenze.

Un’occhio sull’emisfero settentrionale

Il primo profilo di unicità militare della Groenlandia riguarda le capacità di Intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr). La posizione dell’isola consente un monitoraggio continuo delle rotte aeronautiche e marittime che attraversano l’Artico e l’Atlantico settentrionale, oltre a garantire una copertura avanzata delle attività militari russe nella regione artica e nel Nord Atlantico. La Groenlandia si colloca lungo l’asse che collega l’Artico alla massa continentale nordamericana e rappresenta un punto di osservazione privilegiato, non solo per le minacce missilistiche, ma anche per i movimenti aeronavali e sottomarini. 

Un collo di bottiglia unico

A questa dimensione si lega strettamente quella del controllo dei chokepoint marittimi. La Groenlandia occupa una posizione centrale rispetto al cosiddetto Giuk Gap, il corridoio marittimo che collega Groenlandia, Islanda e Regno Unito e che costituisce uno dei principali passaggi obbligati tra l’Artico e l’Atlantico. Storicamente, il Giuk Gap ha giocato un ruolo importante per il monitoraggio e il contenimento delle forze navali sovietiche prima e russe poi. Il controllo di questa strozzatura marittima permette infatti di chiudere virtualmente il passaggio dall’Artico verso l’Atlantico centrale, rotta che assume sempre più rilevanza strategica con il progressivo scioglimento dei ghiacci. Inoltre, in questo spazio si collocano numerose infrastrutture critiche sottomarine, a partire dai cavi per le telecomunicazioni.

La difesa missilistica

Le architetture più avanzate di difesa missilistica si basano sull’integrazione tra sensori spaziali, radar terrestri e sistemi di comando e controllo. Più la costellazione di installazioni di rilevamento è estesa geograficamente, maggiori sono le possibilità di intercettare le minacce per tempo. In questo schema la Groenlandia rappresenta un nodo essenziale, in quanto collocata strategicamente tra Russia e Nord America. E, considerando che gli Stati Uniti stanno lavorando al loro nuovo sistema di difesa missilistica multilivello – il Golden Dome for America –, questo dato assume una rilevanza ancora maggiore. Dal punto di vista strategico, l’isola presenta inoltre una profondità difensiva difficilmente replicabile. In uno scenario di conflitto ad alta intensità, la dispersione geografica delle infrastrutture critiche è una delle principali garanzie di continuità operativa. La collocazione artica della Groenlandia la rende meno esposta a strike convenzionali e attacchi saturanti rispetto a basi situate in teatri più congestionati, come l’Indo-Pacifico o l’Europa orientale. 

Lo Spazio

La posizione dell’isola sotto il corridoio naturale delle orbite polari e quasi polari la rende un punto di contatto ideale tra la superficie del pianeta e lo spazio circumterrestre. Gran parte dei satelliti militari dedicati all’intelligence, alla sorveglianza e al rilevamento missilistico opera su orbite polari o eliosincrone, che garantiscono una copertura globale e passaggi regolari sopra le stesse aree del pianeta. Un’infrastruttura di terra collocata in Groenlandia è in grado di interagire con questi assetti con una frequenza e una continuità nettamente superiori rispetto a basi situate a latitudini medie, riducendo la latenza tra la raccolta dati e la sua utilizzazione operativa. 

Il prossimo obiettivo di Trump?

Sin dallo scorso gennaio, quando si è reinsediato alla Casa Bianca, Donald Trump ha parlato della Groenlandia – al pari del Canale di Panama e del Venezuela – come una priorità strategica per gli Stati Uniti. Come sottolineato nella National security strategy (Nss) del 2025 – e come ci si aspetta di leggere nella National defense strategy, la cui pubblicazione continua a slittare –, la priorità strategica degli Usa è tornata a essere la protezione dell’emisfero occidentale.

In questo panorama, la Groenlandia rappresenterebbe un tassello cruciale per la costruzione di quella “fortezza delle Americhe” funzionale alla strategia di Washington. Al momento, in quanto parte della Danimarca e quindi della Nato, l’isola è già nella disponibilità delle Forze armate Usa, che infatti possiedono delle installazioni in loco e contano su una presenza stimata tra le 150 e le 200 unità. L’utilità militare dell’isola è indubbia, ma è evidente che le recenti esternazioni Usa abbiano seminato non poca preoccupazione tra le cancellerie europee. Si sa, Trump punta molto su strategie comunicative assertive per preparare il terreno a un “deal” tra le parti. Tuttavia, i recenti sviluppi venezuelani hanno rimarcato che, laddove una delle parti non sia interessata a un accordo, gli Usa non mancano della volontà politica e degli strumenti per forzare un esito a loro favorevole.

(Foto: CC0)


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