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La Nato di fronte alla guerra cognitiva. Percezioni, disinformazione e sicurezza

La competizione strategica si gioca sempre più su percezioni, decisioni e coesione sociale. Così la Nato ha riconosciuto che informazione, psicologia e tecnologia incidono direttamente sulla capacità di deterrenza e di difesa collettiva

L’inclusione della cognitive warfare nel lessico e nella pianificazione Nato nasce da un’evidenza operativa. Negli ultimi anni, attori statuali e non statuali hanno condotto campagne di influenza persistenti, capaci di incidere sulla percezione pubblica, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla coesione interna delle società occidentali.

All’interno dell’Allied Command Transformation, il gruppo Applied Cognitive Effects ha assunto il compito di tradurre questa evidenza in strumenti concreti: dottrina, formazione, addestramento, esercitazioni e sperimentazione. La dimensione cognitiva viene trattata come un moltiplicatore trasversale, che interagisce con i domini tradizionali senza sostituirli.

Il fattore psicologico come variabile strategica

La storia militare mostra con chiarezza come l’impatto psicologico di un’operazione possa superarne gli effetti materiali. Il report mensile dell’Alleanza sulla perception warfare cita l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941 come riferimento utile. L’operazione ottenne risultati tattici immediati, ma produsse un effetto cognitivo opposto agli obiettivi strategici di Tokyo.

Una società americana politicamente polarizzata si ricompattò in poche ore. Il consenso all’intervento militare divenne quasi unanime. Dal punto di vista cognitivo, l’attacco accelerò la mobilitazione industriale, politica e militare degli Stati Uniti e contribuì alla costruzione dell’alleanza che avrebbe sconfitto le potenze dell’Asse.

Il caso evidenzia un principio che resta valido. Ignorare cultura, psicologia e dinamiche sociali espone a errori di valutazione strategica, tanto per la pianificazione di operazioni dirette all’esterno quanto per la costruzione di difesa e resilienza epistemica, cognitiva e informativa comune.

Nbic e trasformazione del conflitto cognitivo

Documenti Nato segnalano nella convergenza Nbic (nanotecnologie, biotecnologie, scienze dell’informazione e scienze cognitive) uno dei principali fattori di evoluzione della guerra cognitiva. L’influenza non riguarda più solo messaggi e narrazioni, ma coinvolge processi biologici, neurochimici e computazionali, che sempre maggiormente convergono per la loro naturale proiezione all’integrazione operativa.

Nanotecnologie, biotecnologie e neuroscienze ampliano il ventaglio degli strumenti potenzialmente utilizzabili per modulare percezioni, stress e processi decisionali. Le scienze dell’informazione e l’intelligenza artificiale consentono di osservare le reazioni, adattare gli stimoli e chiudere cicli di feedback in tempo quasi reale. Per la Nato, questo scenario impone un approccio interdisciplinare, che poggi sul monitoraggio della ricerca dual use, sulle capacità forensi integrate e sull’attenzione agli aspetti etici e attività di test delle vulnerabilità anche in ambito cognitivo e biologico.

Sul piano difensivo, la ricerca sull’inoculazione psicologica contro la disinformazione offre indicazioni operative concrete. Interventi di prebunking migliorano la capacità di distinguere informazioni affidabili da contenuti manipolativi, senza generare sfiducia generalizzata laddove l’elemento rilevante non è il contenuto specifico, ma il riconoscimento delle strutture ricorrenti della manipolazione. Appelli emotivi, semplificazioni binarie, impersonificazione di fonti autorevoli. È questo il tipo di preparazione rafforza una resilienza cognitiva scalabile e adattabile. Per contrastare la disinformazione occorre, dunque, formare competenze cognitive, non solo limitarsi a correggere affermazioni e narrazioni false o parzialmente viziate.

La coerenza strategica delle operazioni informative russe

Le operazioni informative russe non seguono una logica casuale, ma una coerenza narrativa (dark pragmatism) funzionale agli obiettivi strategici. In questo modello, la verità non coincide con l’accuratezza fattuale; la sua utilità sta nel rafforzare identità, legittimare il potere e frammentare la coesione avversaria. Emozioni, appartenenza e percezioni contano più della verifica empirica.

La risposta occidentale, basata prevalentemente su fact-checking e razionalità procedurale, risulta spesso insufficiente se non accompagnata da una comunicazione strategica capace di mantenere coerenza valoriale ed efficacia narrativa. E la questione è tanto politica quanto tecnica, culturale, identitaria, epistemica.

Teatri operativi e controllo della narrazione

In Africa e Ucraina operazioni di disinformazione accompagnano attività militari e politiche, contribuendo a mascherare violazioni documentate dei diritti umani e a sfruttare fratture storiche e sociali. In Europa, attività di manipolazione delle percezioni accompagnano vettori di minaccia ibrida e operazioni sottosoglia in una strategia dei mille tagli che impatta, con gradualità e granularità lungo tutto lo spettro Dimefil dello Stato (diplomatico, informativo, militare, economico, finanziario, di intelligence e legale).

Dal double speak politico-istituzionale al cinema, dal settore commerciale all’ambito militare, oggi le spyops hanno natura adattiva e multivettoriale e richiedono formazione specifica e informazione rapida, comunicazione strategica e capacità di contronarrazione rapida. Non è moda ma necessità, linguaggio, narrazioni e percezioni sono veri e propri strumenti operativi, in grado di saturare l’intero processo democratico. Le parole costruiscono i concetti, orientando le percezioni e impostando le decisioni, dal singolo cittadino all’intero elettorato, fino alla classe dirigente tutta.


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