L’apertura del direttore generale del Mes Pierre Gramegna sull’uso del fondo per sostenere la spesa per la difesa riaccende il confronto sul ruolo dell’istituzione europea. L’ipotesi nasce dall’idea che i rischi per la stabilità non siano più solo finanziari ma anche geopolitici. Tra linee di credito leggere, limiti istituzionali e nodi politici, il Mes viene ripensato come strumento di protezione dei bilanci in una fase di profonde tensioni strategiche
L’eventualità che il Meccanismo europeo di stabilità possa essere utilizzato anche per sostenere la spesa per la difesa rimette al centro un’istituzione che per anni è rimasta associata quasi esclusivamente alla gestione delle crisi del debito sovrano. Pierre Gramegna, direttore generale del Mes, ha indicato che le risorse del fondo potrebbero servire a finanziare investimenti militari, soprattutto per i Paesi con spazi fiscali limitati, in un contesto in cui le tensioni internazionali rendono la sicurezza una priorità sempre più onerosa.
La difesa come nuovo rischio per la stabilità dei conti europei
Il punto di partenza è la natura del rischio che l’Europa si trova ad affrontare. Secondo Gramegna, la prossima crisi non nascerà necessariamente da squilibri finanziari come accaduto oltre un decennio fa, ma potrebbe essere legata a shock geopolitici e alla necessità di sostenere spese straordinarie e strutturali. In questo quadro, la difesa non è solo una voce di bilancio, ma un fattore potenzialmente destabilizzante per conti pubblici già sotto pressione.
L’idea non è quella di trasformare il Mes in un fondo per la difesa in senso stretto, ma di rendere disponibili linee di credito precauzionali, simili a quelle approntate durante la pandemia per la sanità e rimaste inutilizzate. Si tratterebbe di strumenti con condizionalità limitata, pensati per evitare che il ricorso al fondo venga percepito come un segnale di debolezza o come l’anticamera di programmi di aggiustamento macroeconomico. Proprio lo stigma politico che accompagna il Mes resta uno degli ostacoli principali a qualsiasi suo utilizzo, anche se sul piano nazionale iniziano a emergere posizioni più esplicite. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha infatti accolto positivamente l’ipotesi, osservando che le risorse del Mes esistono e non possono restare inutilizzate, e che un loro impiego per la difesa sarebbe preferibile rispetto al mantenimento dello status quo.
I limiti istituzionali e la posta politica del nuovo ruolo del Mes
La proposta si colloca però in un perimetro istituzionale complesso. L’uso delle risorse del Mes richiede l’accordo unanime dei Paesi dell’eurozona e il mandato del fondo non include esplicitamente la difesa. Inoltre, l’accesso sarebbe riservato ai soli Stati dell’area euro, creando una distinzione rilevante rispetto a strumenti comuni dell’Unione aperti anche ai Paesi non aderenti alla moneta unica. Non a caso, Gramegna ha evocato la possibilità di richieste coordinate da parte di più Stati, per ridurre il costo politico delle decisioni nazionali e rafforzare la dimensione europea dell’intervento.
Sul piano politico ed economico, il ragionamento segnala un cambiamento di fondo. Il Mes viene ripensato non solo come argine alle crisi di solvibilità, ma come una sorta di assicurazione contro shock esterni che possono mettere sotto stress i bilanci pubblici. È una lettura che riflette l’evoluzione delle priorità europee e la difficoltà di conciliare ambizioni strategiche e disciplina fiscale.
Il dibattito resta aperto e carico di implicazioni. Rimettere mano al ruolo del Mes significa toccare equilibri delicati tra solidarietà e responsabilità, tra sicurezza e sostenibilità dei conti. Le dichiarazioni di Gramegna, rafforzate da aperture politiche come quella di Tajani, non definiscono una decisione, ma indicano una direzione possibile, in cui la politica economica europea è chiamata a misurarsi con rischi che non rientrano più negli schemi tradizionali.
















