La nuova bozza della National Defense Strategy segna un cambio di priorità per gli Stati Uniti, spostando il focus dalla competizione globale con la Cina alla difesa del territorio nazionale e dell’emisfero occidentale. Un riassetto strategico che ridimensiona Europa e Indo-Pacifico e ma non sottovaluta la deterrenza condivisa con gli alleati
La bozza più recente della National Defense Strategy del Pentagono che sta circolando in queste ore, sembra segnare una discontinuità rilevante rispetto all’impostazione strategica degli ultimi anni. Il documento, attualmente in fase di revisione interna ma già oggetto di un draft operativo, ridimensiona il ruolo della Cina come principale minaccia militare e riorienta le priorità della difesa statunitense verso la protezione del territorio nazionale e del Vicinato occidentale. È un cambio di passo che interrompe la lunga centralità della deterrenza verso Pechino e riflette un più ampio riassetto delle priorità strategiche sotto l’amministrazione di Donald Trump.
Il nuovo impianto strategico parte da una premessa netta: la difesa della “homeland” e la stabilità dell’emisfero occidentale vengono poste al di sopra degli impegni militari globali. In questa prospettiva, la competizione tra grandi potenze non scompare, ma viene subordinata a un approccio più selettivo e territorialmente concentrato. In linea con la National Security Strategy recentemente pubblicata, la bozza del documento strategico del Pentagono attribuisce una parte delle vulnerabilità attuali alle amministrazioni precedenti, accusate di aver trascurato interessi strategici diretti degli Stati Uniti, anche in aree sensibili come Panama e la Groenlandia, considerate oggi snodi critici della sicurezza e della proiezione americana.
Ne consegue una ridefinizione delle priorità regionali. L’Europa resta un partner importante, ma viene esplicitamente ridimensionata in termini relativi, sulla base della constatazione che il suo peso economico globale è in calo. Non si tratta di una rottura con il fronte transatlantico, bensì di una riallocazione delle risorse e dell’attenzione strategica, coerente con una lettura più competitiva e meno universalistica del ruolo statunitense. In parallelo, cresce l’attenzione verso l’America Latina e i Caraibi, con un focus su minacce ibride e non convenzionali: criminalità transnazionale, cyberattacchi, disinformazione e operazioni nella cosiddetta “zona grigia”.
In questo quadro, la Cina resta un concorrente strategica, ma non viene più definita come la minaccia principale e “pacing threat” dell’apparato militare statunitense. La strategia ribadisce la necessità di deterrenza, ma riduce l’enfasi sull’espansione della postura militare nell’Indo-Pacifico, privilegiando soluzioni più flessibili e sostenibili sul piano dei costi. È una scelta che riflette anche vincoli strutturali: l’aumento dei costi della difesa, la pressione sul personale e la difficoltà di sostenere simultaneamente più teatri ad alta intensità. Inoltre, tutto si colloca in previsione di un potenziale “mega deal” tra Trump e Xi Jinping, quando l’americano sarà a Pechino (prova in aprile).
Russia, Iran e Corea del Nord compaiono nel documento, ma con un ruolo secondario. Sono riconosciuti come fattori di instabilità e di rischio, senza però occupare una posizione centrale nella gerarchia delle minacce. L’accento si sposta invece su un panorama di rischi frammentato, dove le minacce non convenzionali e le vulnerabilità infrastrutturali assumono un peso crescente rispetto allo scenario di una guerra tra grandi potenze.
Le implicazioni di questa svolta sono tutt’altro che marginali. Sul piano asiatico, il ridimensionamento della centralità cinese potrebbe generare incertezza tra partner chiave come Giappone, Taiwan e Australia, che hanno fatto affidamento sulla presenza avanzata statunitense come elemento di equilibrio regionale. Allo stesso tempo, da Pechino la mossa viene letta con cautela: più come un aggiustamento tattico che come una reale de-escalation strategica.
La versione finale della strategia è attesa nelle prossime settimane e sarà oggetto di un esame attento da parte del Congresso e della comunità strategica. Il nodo centrale resta aperto: se questo riposizionamento indebolisca la deterrenza globale degli Stati Uniti o rappresenti, al contrario, un tentativo di adattamento realistico a un contesto di risorse limitate e minacce sempre più diffuse.
















