Il Sì alla riforma della giustizia resta stabilmente in vantaggio nei sondaggi, con un consenso che va oltre i confini dei partiti. Il voto segue linee politiche nette, ma gli elettori rivendicano motivazioni soprattutto tecniche. Affluenza stimata alta e partita finale tutta da giocare su indecisi e mobilitazione. L’analisi del sondaggista di YouTrend, Francesco Cianfanelli
Il referendum sulla riforma della giustizia entra lentamente nel radar dell’opinione pubblica, ma i numeri — per ora — raccontano una storia piuttosto chiara. Il Sì è stabilmente in vantaggio, il voto segue linee politiche riconoscibili, eppure una parte consistente dell’elettorato rivendica una scelta “tecnica”, più che ideologica. A due mesi dal voto, con un’affluenza stimata sorprendentemente alta, la vera partita si gioca sugli indecisi e sulla capacità di mobilitazione finale. Ne parliamo con Francesco Cianfanelli, sondaggista di YouTrend, che segue l’evoluzione delle intenzioni di voto da diverso tempo.
Cianfanelli, il dato più evidente è il vantaggio del Sì: è una fotografia momentanea o una tendenza strutturale?
È una tendenza molto costante. YouTrend realizza rilevazioni dall’inizio di novembre e il Sì è sempre risultato in vantaggio. Non emergono oscillazioni significative: il quadro resta stabile e questo, in una fase in cui la campagna non è ancora entrata nel vivo, è un dato rilevante.
Quanto pesa, in questo referendum, la dimensione politica rispetto al merito della riforma?
Abbiamo chiesto esplicitamente agli elettori se la loro scelta fosse motivata dalla convinzione sulla riforma o da ragioni politiche, legate al giudizio sul governo. La maggioranza risponde di votare per ragioni tecniche. Tuttavia è evidente che esistano anche motivazioni politiche, spesso inconsce. Il tema appare distante dalla vita quotidiana delle persone e questo favorisce una lettura meno ideologica in superficie, ma comunque in qualche misura condizionata dall’appartenenza politica.
Il voto, comunque, sembra seguire confini politici molto netti.
Sì, il dato è chiaro. Tra gli elettori di centrodestra il 96% è orientato verso il Sì, mentre tra quelli di opposizione l’88% si schiera per il No. Detto questo, nel cosiddetto campo largo l’elettorato è più composito: ci sono Italia Viva, +Europa, aree riformiste e sensibilità diverse. Non a caso, proprio lì si concentra una quota maggiore di indecisi rispetto al centrodestra.
Le divisioni nel Pd e nel centrosinistra sulla giustizia quanto incidono nei sondaggi?
Molto poco. Anche le prese di posizione di esponenti noti del centrosinistra favorevoli al Sì si riflettono solo marginalmente nei numeri. Le divisioni vengono enfatizzate nel dibattito pubblico, ma nei dati l’impatto è limitato.
Il 55% al Sì resta una percentuale significativa, rispetto ad altre consultazioni. Non trova?
È una percentuale alta, soprattutto se si considera che la somma delle forze politiche che sostengono il Sì non raggiunge quel livello alle elezioni politiche. Questo indica che il referendum intercetta consensi trasversali, che vanno oltre gli schieramenti tradizionali.
Anche la stima sull’affluenza colpisce, stando ai vostri numeri.
Stimiamo un’affluenza intorno al 62%, un dato elevato. È vero che i referendum costituzionali storicamente registrano una partecipazione più alta, ma restiamo comunque su valori importanti. Molto dipenderà dall’andamento delle ultime settimane di campagna.
Dove si giocherà la partita decisiva?
Sugli indecisi e sulla capacità di mobilitazione finale. Se il divario resterà ampio, il Sì potrebbe addirittura beneficiare di un’affluenza più alta. Dieci punti di vantaggio sono molti, ma mancano ancora due mesi e la campagna vera deve ancora iniziare.
Quanto pesa il messaggio secondo cui la riforma renderebbe la magistratura più subordinata alla politica?
È un messaggio che in parte è passato e riflette la percezione di una fetta dell’elettorato, al di là del contenuto specifico della riforma. Più che il merito del testo, incide lo scontro politico-mediatico tra maggioranza e magistratura. Quel battibecco continuo alimenta l’idea di una maggioranza intenzionata a rendersi più autonoma dal potere giudiziario.
In definitiva, conterà di più il contenuto o il clima politico?
Entrambi. Formalmente gli elettori rivendicano una scelta tecnica, ma il contesto politico e il rapporto conflittuale tra politica e magistratura fanno da sfondo costante e orientano le percezioni. È lì che si giocherà una parte decisiva della campagna.
















