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In che modo l’Iran in crisi identitaria si lega al Venezuela. Risponde Terzi

Le proteste che attraversano l’Iran non sono una crisi congiunturale, ma il segnale di un possibile punto di non ritorno per il regime dei mullah. Dalla repressione violenta alla dimensione internazionale della minaccia iraniana, fino alle responsabilità dell’Occidente e ai collegamenti con altri regimi autoritari, nella conversazione con il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione per le Politiche uropee del Senato

Da oltre dieci giorni l’Iran è attraversato da proteste diffuse e sempre più radicali. Manifestazioni che si sono riaccese nelle ultime settimane, e con loro la repressione del regime. Il collasso economico, la reazione violenta, il controllo sulle masse che sembra essere sfuggito, e la mobilitazione trasversale della società iraniana evocano precedenti storici profondi, ma aprono anche scenari nuovi. Per Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia), che oggi ha tenuto il keynote speech della conferenza “Sostegno alle forze democratiche in Iran” organizzata nella Sala Nassirya del Senato, ricostruisce il significato politico delle proteste inquadrandole sullo stato del regime e delle connessioni internazionali, e ciò che l’Italia e la Comunità globale dovrebbero fare di fronte a una possibile svolta storica.

Cosa sta accadendo oggi in Iran e perché queste proteste rappresentano qualcosa di diverso rispetto al passato?

Da più di dieci giorni il popolo iraniano protesta nelle strade di tutto il Paese. L’inflazione ha superato il 42%, il rial è crollato e con esso l’intero sistema economico. Ma ridurre tutto a una crisi economica sarebbe fuorviante: siamo di fronte a una crisi strutturale del sistema-Paese.

Qual è il significato simbolico della chiusura del Grande Bazar di Teheran?

A Teheran, una capitale da dieci milioni di abitanti, il Grande Bazar ha abbassato le serrande perché non c’è più merce da vendere. È un segnale fortissimo. Anche nel gennaio del 1979 la caduta dello Scià iniziò con la chiusura del Grande Bazar.

Il paragone con il 1979 è inevitabile. Cosa cambia oggi rispetto ad allora?

Allora chi prese il potere furono gli Ayatollah. Oggi siamo qui perché sentiamo che una nuova speranza è possibile. Ma questa speranza deve essere anche un monito: bisogna diffidare di chi si ripropone come volto di una rivoluzione democratica quando in realtà appare come una restaurazione.

Siamo di fronte a un punto di rottura irreversibile per il regime?

Sarà la storia a dirlo. Ma è legittimo chiedersi se questo non sia finalmente quel punto di rottura non più recuperabile, quel tempo della libertà per l’Iran che tanti attendono da decenni.

Quanto è grave la repressione in atto?

Mai prima d’ora si era giunti a una situazione così drammatica. La repressione del regime è violentissima: 130 città in rivolta, oltre mille arresti e più di trenta morti. I Pasdaran irrompono nei dormitori degli studenti, nelle case dei cittadini, sequestrano persone in modo arbitrario. È una repressione capillare che colpisce l’intera società.

La chiusura di scuole e università che segnale rappresenta?

È l’atto finale di un regime che da anni impicca i suoi figli alle gru e stupra le sue figlie nel nome di Allah. Chiudere scuole e università significa ammettere di non avere più futuro da offrire.

Come valuta le parole del presidente degli Stati Uniti sulla possibile difesa dei manifestanti?

Quando il presidente Trump ha detto che se Teheran sparerà sui manifestanti pacifici gli Stati Uniti andranno in loro soccorso, ha pronunciato parole durissime. Parole che diventano ancora più significative se lette nel contesto degli sviluppi in Venezuela e la cattura di Nicolas Maduro e consorte.

In che modo il Venezuela è collegato al regime iraniano?

Da decenni il Venezuela offre rifugio sicuro ai Pasdaran e ai proxy iraniani come Hezbollah. È stato uno spazio franco per coprire reti terroristiche, narcotraffico, traffico d’armi, riciclaggio e persino addestramento di miliziani.

Quanto è profondo il legame economico e strategico tra Teheran e Caracas?

Il Venezuela da decenni fornisce rifugio sicuro ai Pasdaran e ai proxy dell’Iran. Pensate che l’Iran ha investito a Caracas tra i 7 e i 10 miliardi di dollari, comprato intere aree di terreno nel Venezuela. Ecco la minaccia diretta alla sicurezza mondiale che fino a pochi giorni fa rappresentava Caracas.

Mentre a Caracas l’arresto di Maduro ha assestato un duro colpo al regime, con gli Usa che stanno cercando di guidare un complesso processo di transizione, com descriverebbe oggi la natura del regime iraniano e il significato politico delle proteste in corso?

È un regime fondamentalista, messianico e criminale, con le mani grondanti di sangue non solo entro i confini iraniani ma anche all’estero. In queste ore la leadership appare sempre più isolata e fragile: l’Ayatollah Khamenei è stato portato in un luogo sicuro e circolano indiscrezioni su una possibile fuga in Russia qualora la situazione precipitasse, mentre continua a promettere sussidi e piani di salvezza che non convincono più nessuno.

Il punto centrale è che il popolo iraniano non protesta per il pane o per la fame. Protesta per l’identità e per la libertà che gli sono state strappate. Come ha sottolineato Maryam Rajavi, presidente Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, la radice del problema risiede nel sistema della “velayat-e faqih”, la dottrina politico-religiosa liberticida instaurata da Khomeini. Uomini e donne, giovani di ogni età e classe sociale sono oggi in strada: quando un popolo torna in piazza, la storia si rimette in cammino.

Quali responsabilità ha la Comunità internazionale di fronte a questa repressione?

In primis certo, è importante esprimere la più convinta solidarietà e vicinanza al popolo iraniano, e al tempo stesso è importante dare una risposta ferma e unita da parte delle istituzioni parlamentari e internazionali.

I responsabili di decenni di repressioni e massacri devono essere posti di fronte alla giustizia; il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica inserite nelle liste del terrorismo internazionale; e le Ambasciate colluse con le attività terroristiche portate avanti dal regime chiuse immediatamente.

Quanto accade come tocca il nostro Paese?

Anche l’Italia è certamente esposta. Il nostro Paese non è immune: Roma rappresenta uno snodo cruciale per attività di reclutamento, sorveglianza, propaganda e traffici sensibili da parte dell’intelligence iraniana, spesso coperte da strutture diplomatiche, culturali e accademiche. Non possiamo dimenticare l’agguato del 1993 a Roma, quando Mohammad Hossein Naqdi, rappresentante del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in Italia, venne assassinato da agenti iraniani che beneficiarono proprio di queste coperture. Contrastare tali infiltrazioni significa lottare concretamente a fianco del popolo iraniano, che combatte per i propri diritti, la propria dignità e la propria libertà.

Guardando al quadro globale, quale futuro immagina per l’Iran, anche alla luce dei fatti che riguardano Carcas?

Auspichiamo che sia giunto il tempo di una svolta, per un Iran protagonista della pace e della sicurezza regionale, e non una minaccia a livello globale. In questa prospettiva, il Piano in 10 punti per il futuro dell’Iran proposto da Rajavi, indica una strada credibile verso un’alternativa autenticamente democratica.


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