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In Guinea le urne legittimano (almeno formalmente) il regime militare

Il voto guineano segna il passaggio dalla giunta alla presidenza senza una reale alternanza. Tra boicottaggi, accuse di irregolarità e repressione politica, la legittimazione elettorale appare soprattutto formale

Le consultazioni popolari (sulla cui regolarità è concesso avere qualche dubbio) confermano lo status quo in Guinea. Il capo della giunta militare Mamady Doumbouya è stato infatti eletto presidente della Guinea al termine di un voto che ha sancito la sua permanenza al potere oltre la fase di transizione iniziata con il colpo di Stato del 2021. Secondo i dati diffusi dalla commissione elettorale, Doumbouya ha ottenuto l’86,72% dei voti al primo turno, superando ampiamente la soglia necessaria per evitare un ballottaggio. L’affluenza ufficiale è stata fissata all’80,95%. I risultati parziali, letti in diretta sulla televisione pubblica, indicano un ampio vantaggio di Doumbouya in numerosi distretti della capitale Conakry, dove in diversi seggi avrebbe superato l’80% dei consensi. Percentuali simili sono state registrate anche in aree come Coyah, nei pressi della capitale, e in varie regioni del Paese, dal nord-ovest al sud-est.

Salito al potere nel 2021 con un colpo di Stato che aveva rovesciato il primo presidente democraticamente eletto del Paese, Alpha Condé, Doumbuya si era inizialmente impegnato a non candidarsi e a restituire il potere ai civili entro la fine del 2024, optando poi per seguire il percorso opposto.

Il voto si è svolto in un contesto fortemente contestato. Nonostante alle consultazioni ci fossero candidati alternativi a Doumbuya, i principali leader dell’opposizione sono stati esclusi dalla competizione sulla base delle nuove regole costituzionali, spingendoli ad invocare un boicottaggio. Un movimento civico per il ritorno all’ordine costituzionale ha definito le elezioni una “farsa elettorale”, sostenendo che una larga parte della popolazione abbia scelto di non partecipare. Ma le critiche non sono mancate nemmeno tra gli avversari ammessi alla corsa. Abdoulaye Yéro Baldé ha denunciato “gravi irregolarità” e annunciato l’intenzione di ricorrere ai tribunali, mentre Faya Millimono ha parlato apertamente di “banditismo elettorale” e di pressioni sugli elettori. Altri candidati hanno invece riconosciuto la sconfitta, pur in un clima segnato da profonde riserve sulla credibilità del processo.

Analisti e osservatori avevano da tempo previsto un risultato schiacciante. Negli ultimi quattro anni, Doumbouya ha rafforzato il controllo sul sistema politico, sciogliendo l’organismo elettorale indipendente, limitando le libertà civili e vietando le manifestazioni. Diversi oppositori sono stati arrestati, processati o costretti all’esilio. Allo stesso tempo, il generale ha cercato di costruire un consenso presentandosi come garante della stabilità e della sovranità nazionale, rivendicando i progressi economici legati al settore minerario, in particolare all’export di bauxite, e il rilancio di grandi progetti estrattivi rimasti a lungo bloccati.

La vittoria di Doumbuya ha anche un effetto sistemico più ampio. Con queste consultazioni il regime militare al potere nel Paese africano rafforza non solo la sua solidità, ma anche quella più generale dei regimi militari che negli ultimi anni si sono installati in numerosi Paesi dell’area del Sahel, dal Mali al Burkina Faso al Niger. Una realtà con cui l’Occidente ha maggiori difficoltà ad interagire, per via delle ovvie questioni ideologiche di fondo, mentre altri attori come Russia e Cina trovano un terreno fertile per perorare la loro influenza.


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