Il test nordcoreano di missili ipersonici va letto alla luce del suo tempismo più che dei suoi aspetti tecnici. Avvenuto a poche ore dal blitz statunitense in Venezuela, rappresenta un messaggio politico di Kim Jong Un agli Stati Uniti, volto a ribadire la centralità della deterrenza nucleare come strumento di sopravvivenza del regime in un contesto internazionale percepito come sempre più instabile
Il tempo è una componente fondamentale nel funzionamento delle dinamiche internazionali. E proprio in funzione del tempo va letto il test nordcoreano di missili ipersonici, avvenuto a poche ore dal blitz statunitense in Venezuela, e che quindi deve essere interpretato come un messaggio politico di Kim Jong Un agli Stati Uniti più che come una semplice dimostrazione di progresso tecnologico.
Secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale Korean Central News Agency, nel corso del citato test i missili sono stati lanciati dall’area di Pyongyang e avrebbero colpito bersagli a circa 1.000 chilometri di distanza, con l’obiettivo dichiarato di verificare sostenibilità ed efficacia del sistema d’arma. Le autorità militari sudcoreane hanno parlato di vettori sospettati di essere balistici, con una gittata di circa 900 chilometri. Ma al di là delle cifre, difficilmente verificabili in modo indipendente, ciò che emerge è la volontà di Pyongyang di inserirsi nel dibattito globale sulle armi ipersoniche, oggi considerate il simbolo della competizione strategica tra grandi potenze. E di riaffermare questa sua volontà immediatamente nei giorni successivi al raid americano che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Kim non ha fatto esplicita menzione della vicenda, ma era palese che il riferimento alle “recenti crisi geopolitiche e ai complessi eventi internazionali” come prova della necessità di rafforzare la deterrenza nucleare nordcoreana fosse proprio ai fatti venezuelani. Per Pyongyang, quanto accaduto a Caracas rappresenta l’ennesima conferma di una convinzione radicata: chi non dispone di un deterrente credibile resta esposto alla coercizione e al cambio di regime. In questa prospettiva, il test ipersonico assume un valore simbolico prima ancora che operativo, diventando una risposta indiretta ma chiara a Washington.
Ma il lancio è avvenuto in un momento diplomaticamente sensibile non solo per le questioni dell’America Latina. Nello stesso momento il presidente sudcoreano Lee Jae Myung era impegnato in una visita a Pechino per incontrare il leader cinese Xi Jinping, nel tentativo di ridurre le tensioni regionali e coinvolgere la Cina nella gestione del dossier nordcoreano. Anche questo elemento contribuisce a rafforzare l’interpretazione del test come atto deliberatamente destabilizzante, pensato per riaffermare il ruolo centrale di Pyongyang nelle dinamiche di sicurezza dell’Asia nordorientale.
Il test ipersonico non è quindi soltanto un passaggio tecnico nello sviluppo dell’arsenale nordcoreano, ma un messaggio strategico rivolto agli Stati Uniti e alla comunità internazionale. Kim Jong Un utilizza le crisi globali come specchio in cui riflettere la propria narrativa secondo cui la deterrenza resta l’unica assicurazione sulla sopravvivenza del regime. E ogni nuovo avanzamento nelle capacità militari nordcoreane diventa parte integrante di questa linea.













