Dall’Iran al Golfo, da Gaza alla Cisgiordania, il Medio Oriente resta intrappolato in un sistema di crisi simultanee e non convergenti. Secondo Giuseppe Dentice l’assenza di soluzioni politiche credibili istituzionalizza l’instabilità e restringe gli spazi per una de-escalation duratura
“Di fronte all’intreccio di crisi che attraversa oggi il Medio Oriente, ciò che emerge non è tanto l’imminenza di una guerra regionale totale, quanto piuttosto la progressiva istituzionalizzazione dell’instabilità”, così analizza lo stato della regione Giuseppe Dentice, esperto di Medio Oriente dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, introducendo il quadro strategico che oggi grava sull’area e tocca direttamente gli interessi internazionali, europei e italiani.
Secondo Dentice, le tensioni nella regione non si scaricano in un singolo punto di rottura, ma si distribuiscono lungo multiple faglie, alimentandosi reciprocamente e rendendo l’area sempre più refrattaria a soluzioni negoziate durature. È uno schema che va oltre la retorica del conflitto esplosivo e restituisce una visione strutturale dell’instabilità.
Iran, proteste e limbo strategico
“Lo scenario iraniano è emblematico di questa dinamica”, spiega Dentice. “L’Iran è sospeso in un limbo strategico: da un lato sotto pressione per le pesanti proteste interne e per una crisi socio-economica strutturale, dall’altro ancora capace di esercitare influenza indiretta nella regione, seppur profondamente indebolita”.
Questa osservazione si inserisce in un momento di proteste diffuse nella Repubblica Islamica, scoppiate a fine dicembre 2025 e tuttora in corso in molte province. Le manifestazioni erano iniziate tra commercianti e bazaristi a Teheran e si sono rapidamente allargate, con decine di vittime e oltre mille arresti secondo gruppi per i diritti umani, mentre i dimostranti invocano cambiamenti politici e denunce dell’economia in difficoltà. Le richieste iniziali legate all’inflazione e alla svalutazione record del rial si sono evolute includendo critiche alla leadership clericale e al sistema politico stesso.
Dentice sottolinea che queste proteste non sono un semplice fatto economico, ma riflettono una crescente frattura tra regime e società: “Quello che vediamo oggi è un mix di proteste per il costo della vita e di crescente dissenso politico. Questo rende Teheran meno prevedibile, ma non necessariamente più incline a un’escalation diretta con altri attori regionali”.
Le tensioni interne in Iran, evidenziate dalle manifestazioni su larga scala e dalla pressione sui leader, secondo Dentice non eliminano la capacità di Teheran di influenzare i giochi regionali, ma ne complicano le scelte strategiche, soprattutto in un contesto in cui la leadership deve contemperare la repressione e la stabilità interna. Su quanto accade pesa sempre il rischio di riflessi regionali, che si sovrappongono ad altre sensibilità già presenti.
Il Golfo: competizione latente e divergenze tra alleati
Spostandoci nel Golfo Persico, Dentice osserva che la competizione strategica resta latente e non vede una soluzione immediata. “Le relazioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur non essendo apertamente conflittuali, mostrano divergenze crescenti soprattutto sul dossier yemenita e nella sicurezza del Mar Rosso, con i due regni che spesso si muovono su sponde opposte”.
Riyadh, secondo l’analista, è intrappolata in un conflitto che vorrebbe congelare senza concedere una vittoria politica agli Houthi, mentre Abu Dhabi persegue una strategia più selettiva e opportunistica, concentrata su snodi strategici e proxy locali. Anche in questa cornice, l’Iran continua a essere un fattore di influenza attraverso i suoi collegamenti con gli Houthi, per esempio.
Israele e la questione israelo-palestinese
“È tuttavia sul fronte israelo-palestinese che si concentra il maggiore potenziale di destabilizzazione sistemica”, spiega l’esperto. A Gaza, l’analista definisce lo stallo sulle trattative per il passaggio alla “fase 2” come strutturale, non contingente. A 27 mesi esatti dall’attacco di Hamas che ha dato il via alle ostilità, Israele non intende accettare né una forza di interposizione internazionale significativa né un reale disimpegno dalla Striscia, che — commenta Dentice — continua a essere percepita come uno spazio da controllare militarmente più che da stabilizzare politicamente.
Dall’altra parte, Hamas — divisa internamente e sotto pressione militare senza precedenti — non può permettersi il disarmo o una resa che ne svuoti la funzione identitaria e resistenziale. Il risultato è una paralisi negoziale strutturale, in cui nessuno degli attori principali è disposto o in grado di fare concessioni reali.
Il ruolo (o l’assenza) del mondo arabo
Un altro punto che Dentice evidenzia è il ruolo defilato del mondo arabo: “Nemmeno l’Egitto, pur centrale sul piano geografico e diplomatico, sembra oggi avere né l’interesse né la capacità di farsi carico della messa in sicurezza di Gaza: un prerequisito indispensabile prima di qualsiasi piano di ricostruzione”.
Questa assenza di un attore arabo disposto a “sporcarsi le mani” sul terreno, rimarca Dentice, certifica il rischio che la Striscia resti un vuoto politico-securitario cronico, destinato a cicliche riesplosioni di violenza.
Cisgiordania: dinamiche di occupazione e radicalizzazione
Un vuoto che potrebbe riflettersi sul quadro preoccupante in Cisgiordania. “Tel Aviv prosegue senza sostanziali freni una politica di espropri e ampliamento degli insediamenti che erode quotidianamente lo spazio vitale palestinese, colpendo anche le comunità cristiane”. Le aggressioni da parte di coloni, spesso tollerate o supportate dalle forze israeliane, contribuiscono a normalizzare una violenza diffusa, con potenziali conseguenze destabilizzanti.
In questo contesto, l’Autorità Nazionale Palestinese appare paralizzata. Secondo Dentice, il timore di rafforzare Hamas spinge l’Anp a una postura attendista e difensiva, mantenendo la cooperazione securitaria con Israele in funzione anti-Hamas, ma al prezzo di una crescente delegittimazione interna.
Un Medio Oriente di crisi simultanee
Nel complesso, l’analista sintetizza così la situazione regionale: “Quello che possiamo aspettarci è un Medio Oriente attraversato da crisi simultanee ma non convergenti, dove l’assenza di soluzioni politiche credibili produce un equilibrio instabile fondato sulla gestione della violenza più che sulla sua risoluzione”. Quattro, in particolare, i rischi principali: Gaza rischia di restare un conflitto “congelato ma irrisolto”; Cisgiordania può diventare un laboratorio di radicalizzazione progressiva; Golfo oscilla tra competizione controllata e cooperazione tattica; l’Iran destabilizzato dalle ennesime proteste anti-regime.
E sebbene ci siano alcuni segnali di tentativi di ridefinizione delle controversie in Siria e Libano, per Dentice questi ancora paiono insufficienti per produrre una vera de-escalation strutturale e regionale, tanto più alla luce delle numerose tensioni etniche e religiose interne e delle interferenze esterne.
















