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Prevedere il crollo del regime in Iran è azzardato. Bozzo spiega perché

Il fattore propulsivo della protesta è certamente la crisi economica e la radicale perdita di potere d’acquisto della moneta. Le umiliazioni militari subite ad opera di Israele, quanto avvenuto in Venezuela, e la crescente pressione americana, anche al confine iracheno, sono stati e sono altrettanti “game changers”. Basterà tutto questo a trasformare la rivolta in rivoluzione e arrivare al crollo del regime? L’analisi di Luciano Bozzo, professore di Relazioni internazionali e studi strategici dell’Università di Firenze

Informato di buon’ora della presa della Bastiglia, si narra che Luigi XVI chiedesse al duca di Liancourt, il de La Rochefoucauld, se quella fosse una rivolta. Celebre è la risposta: “No, sire, è una rivoluzione”.

La domanda del re non era così ingenua come a volte è stata presentata: in pagine celebri dei Miserabili Victor Hugo ricorda l’inesauribile capacità dei parigini di scatenare rivolte nel corso della storia francese. Tra rivolte e rivoluzioni c’è un’evidente e sostanziale differenza: sono le seconde – non le prime – che portano alla caduta di un regime.

Al ripetersi da oramai due settimane di violente manifestazioni di protesta nelle città iraniane si ripresenta l’interrogativo di Luigi XVI. Accadde anche più di tre anni fa, dopo la morte di Mahsa Amini e la nascita del movimento “Donna, Vita, Libertà”. In quell’autunno molti osservatori sostennero che in Iran non fossero in atto delle rivolte, ma fosse iniziata una rivoluzione. La storia si è poi incaricata di dar loro torto.

Quelle di oggi sono ancora soltanto rivolte o è il preludio al crollo del regime? Tre anni fa ci fu chi volle paragonare quanto stava accadendo a una nuova “primavera araba”. Come se la realtà dell’Iran – che, tra parentesi, Paese arabo non è – fosse paragonabile a quella della regione Mena nel 2011. Ci fu anche chi suggerì un parallelismo con altre proteste femminili in atto nel mondo islamico. Per comprendere cosa sta accadendo oggi si vuol ricorrere alla comparazione? Allora non vi è miglior cosa che comparare l’Iran all’Iran.

La rivoluzione khomeinista fu frutto di proteste di massa diffuse e gli scontri di piazza si prolungarono per un intero anno, ma tra la rivoluzione del 1979 e le rivolte odierne vi sono altre differenze che balzano agli occhi.

Differenze per comprendere le quali occorre guardare ai profondi cleavages che caratterizzano l’Iran; etnici, politici, sociali e demografici, nonché al radicato orgoglio nazionale di un Paese di antica e grande tradizione imperiale e culturale. È tutt’altro secondario il fatto che Mahsa Amini apparteneva alla minoranza curda, pari ad oltre il 10% di una popolazione superiore ai 90 milioni. Ad essa e alla maggioranza persiana si aggiungono varie minoranze maggiori: Azeri (prossima al 20%), Luri (7%), Beluci (circa 2%), nonché Gilaki, Arabi, Turcomanni ed altri. Ulteriori fratture interne sono tra città, in particolare la grande Teheran, e campagne; borghesia – soprattutto quella dei commercianti (il “bazar) – e ceti meno abbienti; giovani – componente assai rilevante della popolazione iraniana – e adulti/anziani.

Impossibile pensare a un mutamento rivoluzionario che non veda partecipi le maggiori minoranze etniche, il centro e la periferia economica e geografica; giovani e meno giovani. Fatte queste premesse, la ragione della mancata trasformazione delle rivolte di tre anni fa in una rivoluzione si fa più chiara. Quella fu una protesta essenzialmente giovanile, che coinvolse dagli adolescenti agli studenti universitari, o pari età, e interessò i maggiori centri urbani.

Mancò il coinvolgimento di fasce più adulte della popolazione e della borghesia del bazar. Mancò la figura di un leader carismatico, quale fu Khomeyni. Mancò un collante ideologico o religioso condiviso, invece presente nel 1979. Non solo, le proteste del 1978 furono animate da un forte senso identitario, nazionale e antioccidentale, forte nel Paese, basti ricordare la memoria del caso Mossadeq.

Al fallito tentativo dello Sha di ricostruire un’identità imperiale persiana, preislamica, si sostituì una comunque originale versione nazionale di regime para-teocratico, anticomunista e antioccidentale. E oggi? Stando a immagini, documenti e testimonianze le proteste sono diffuse, intense e violente, condivise dal “bazar”, coinvolgono centri urbani minori e tutte le 31 regioni del Paese, dunque etnie diverse, giovani e meno giovani. Non mancano segni di sfaldamento del regime, in particolare le voci di fughe dal Paese di patrimoni e persone.

Il fattore propulsivo della protesta è certamente la crisi economica e la radicale perdita di potere d’acquisto della moneta. Le umiliazioni militari subite ad opera di Israele, dirette e indirette (a Gaza, in Siria e Libano), quanto avvenuto in Venezuela – altro fallimento strategico per Teheran – e la crescente pressione americana, anche al confine iracheno, sono stati e sono altrettanti “game changers”.

Basterà tutto questo a trasformare la rivolta in rivoluzione e arrivare al crollo del regime? Se quelli appena ricordati sono argomenti a favore di una simile evoluzione non mancano, tuttavia, fattori critici. Innanzitutto, non è emerso un leader riconosciuto della protesta. La pressione esterna è un’arma a doppio taglio, considerato l’orgoglio nazionale. Infine, non è possibile valutare la capacità di reazione delle forze di sicurezza del regime (Basji, Guardia Rivoluzionaria ecc…) – fino ad adesso tutto sommato blanda -, né la lealtà delle forze armate, né il prezzo che i rivoltosi saranno disposti a pagare a fronte di una reazione indiscriminata. Un prezzo di sangue che fu alto nel 1978. La leadership pare attendere, incerta, l’evoluzione della situazione, valutando cosa fare e come farlo. Prevedere il crollo del regime, magari pure a breve termine, è precoce, forse azzardato, di certo ottimistico.


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