Benché talvolta molto diversi nella loro composizione e nei loro target capacitivi, sempre più programmi di difesa aerea e di area portano il nome di cupola, o Dome. Dall’Iron Dome isreaeliano allo scudo spaziale Usa, passando anche per l’italiano Michelangelo, questo fenomeno va oltre il solo trend mediatico ed evidenzia come le priorità della difesa stiano mutando in vista dei conflitti del futuro
Negli ultimi anni, la difesa aerea è schizzata in cima alle priorità di governi e Forze armate. Non è un caso che sempre più Paesi parlino oggi di dotarsi di un vero e proprio Dome, una “cupola” difensiva pensata per proteggere il territorio nazionale da un ventaglio crescente di minacce aeree e missilistiche. Droni a basso costo, razzi a corto raggio, missili cruise e vettori balistici – fino alle armi ipersoniche – hanno ridefinito la percezione del rischio, mostrando quanto aree urbane e infrastrutture critiche siano esposte ad attacchi dall’alto portati con grandi numeri di assetti. Si tratta di una delle lezioni più importanti apprese dai conflitti recenti: dall’Ucraina al Medio Oriente, la massa è tornata paradigma centrale per gli equilibri militari odierni. Chi è preposto a garantire la difesa del proprio territorio nazionale sa che le ondate di droni sull’Ucraina e la pioggia di missili iraniani su Israele rappresentano il futuro della minaccia aerea, che punta a saturare i sistemi difensivi e a colpire più bersagli possibili in contemporanea. Da qui, la corsa alla creazione di “cupole” in grado di garantire non solo una difesa ad area in orizzontale, ma anche in verticale e attraverso tutti i domini. Ognuno persegue questo obiettivo con mezzi e ambizioni diverse, ma il trend che emerge è chiaro e ci restituisce la centralità di questo tema non solo oggi, ma anche per i decenni a venire.
Iron Dome, il capostipite
Il riferimento all’Iron Dome israeliano è inevitabile. Entrato in servizio nel 2011, è diventato un simbolo della difesa aerea moderna, non solo per i risultati operativi che ha conseguito, ma anche per l’impatto politico e comunicativo che la “cupola di ferro” di Tel Aviv ha avuto sul pubblico e sui media. Tecnicamente, l’Iron Dome è solo uno degli “strati” del sistema di difesa aerea e missilistica multilivello di Israele, che include anche sistemi per la difesa a lungo raggio e – dal 2025 – armamenti a energia diretta. Tuttavia, l’impatto del concetto simbolico di “cupola” entro la quale ogni tipo di minaccia incontra il suo intercettore è stato tale che ha inevitabilmente condizionato ogni altro attore, e lo ha fatto ben oltre il solo aspetto comunicativo.
La Turchia e lo Steel Dome
Dal ferro all’acciaio. Tra gli attori che più si sono spesi per creare una loro cupola si inserisce la Turchia con il progetto Steel Dome (cupola d’acciaio), recentemente ufficializzato dal governo di Ankara come nuovo sistema nazionale di difesa aerea e missilistica. Così come l’acciaio è formato da una lega di elementi, più che una somma di piattaforme lo Steel Dome è concepito come un’architettura multilivello interamente indigena, sviluppata sotto la guida di Aselsan, e già avviata a una fase di dispiegamento graduale sul territorio nazionale. L’ambizione turca è quella di superare il modello tradizionale – che si “limita” ad aggregare sistemi isolati –, puntando invece su un vero e proprio sistema di sistemi basato su una rete integrata di sensori, centri di comando e controllo, capacità di guerra elettronica e intercettori, tutti connessi in un unico ambiente criptato e cyber-resiliente. Elemento distintivo è l’ampio ricorso all’intelligenza artificiale e alla fusione dei dati in tempo reale, con l’obiettivo di garantire una consapevolezza persistente dello spazio aereo e ingaggi coordinati anche in scenari caratterizzati da forti interferenze elettroniche, minacce cibernetiche e attacchi saturanti. A oggi non si hanno informazioni sufficienti circa le prestazioni dei singoli sistemi (tutti prodotti internamente al Paese), ma, in questo caso, a fare scuola è il modello concettuale che sta alla base e che, non a caso, sta venendo ripreso già da altri.
Michelangelo Dome, una proposta italiana per l’Europa
Se l’obiettivo turco era quello di creare ex novo una famiglia di sistemi difensivi coordinati da un’unica “mente” operativa, la nuova impresa dell’italiana Leonardo ribalta questo rapporto. Il Michelangelo Dome, recentemente presentato ma dalle specifiche ancora poco note, si propone sì come interfaccia universale dei sistemi difensivi, ma mira a portare sotto di sé sistemi pre-esistenti, e non progettati per operare insieme. Una sorta di “adattatore universale” per le frammentate difese europee, in grado di realizzare quel sistema di sistemi integrato senza dover riprogettare quei sistemi da capo. In base a quanto noto, Michelangelo dovrebbe ulteriormente espandere il concetto di cupola, portando a fattor comune non solo la difesa aerea continentale, ma l’intero spettro delle minacce fisiche, siano essere anche terrestri, spaziali e sottomarine. Anche qui, il modello concettuale è chiaramente rintracciabile.
Golden Dome, tutta un’altra scala
Benché, tecnicamente parlando, il Golden Dome sia un altro programma di difesa aerea integrata, la scala su cui gli Stati Uniti stanno costruendo la loro cupola è drasticamente più alta. Innanzitutto, grazie alla loro posizione geografica gli Stati Uniti non hanno ragione di temere minacce a corto e medio-raggio, non in numero consistente almeno. Il verò pericolo per il mainland americano è costituito dai vettori a lungo raggio, come i missili balistici. Per questo il Golden Dome, più che di difesa aerea, è un programma di difesa spaziale. L’obiettivo della cupola dorata sarà quello di individuare, tracciare e abbattere minacce di livello strategico, e non tattico. Di più, tali azioni verranno condotte quasi interamente da assetti collocati nello spazio extra-atmosferico, dai satelliti per il rilevamento ai cosiddetti space-based interceptor.
Un trend di lungo corso (?)
Come si è visto, una volta analizzati nel dettaglio, tutti i Dome sono diversi l’uno dall’altro. Eppure, tutti i sistemi di difesa d’area integrata sembrano ormai collocarsi nel paradigma della cupola. Questo dato porta a due conclusioni: gli attacchi saturanti sono la nuova minaccia e la difesa d’area del futuro si giocherà su sistemi multi-livello, multi-dominio e interconnessi. In particolare per l’Occidente, si tratta di un cambio di paradigma profondo. Sin dalla caduta dell’Unione sovietica, i dispositivi militari occidentali si sono concentrati sugli scenari asimmetrici, dove la loro superiorità tecnologica poteva ampiamente compensare l’eventuale inferiorità numerica. Oggi, con il ritorno della massa nei calcoli strategici e con l’emergere di sempre più sistemi d’arma facilmente scalabili e pensati per colpire simultaneamente, quel paradigma non funziona più. Le rapide evoluzioni tecniche e dottrinarie a cui stiamo assistendo stanno delineando una conflittualità del futuro che vedrà nei numeri, nella concentrazione di forze e nella rapidità di azione/reazione i suoi punti focali. E se la storia militare insegna che a ogni strumento di offesa viene in seguito contrapposto un nuovo strumento di difesa, in questa fase le cupole rappresentano un esempio plastico – per quanto eterogeneo – di questo tipo di adattamento.
















