Il 2026 si annuncia incerto: tensioni geopolitiche, reshoring e catene del valore ridisegnate minacciano la crescita globale. Per l’Italia, il nodo resta la domanda interna e la capacità di rilanciare investimenti, evitando di disperdere la stabilità politica e finanziaria conquistata. L’analisi di Gianfranco Polillo
Previsioni più che difficili, quelle che riguarderanno i prossimi anni. Troppe le variabili in gioco. Dovesse scoppiare la pace, in Ucraina come in Palestina, la semplice normalizzazione di quelle due situazioni comporterebbe un impegno paragonabile a quello che fu il Piano Marshall alla fine della Seconda guerra mondiale. Per contro, invece, se la situazione internazionale dovesse volgere al peggio, qualsiasi numero scritto oggi avrebbe più il meno il valore di una scommessa mal riuscita. Geopolitica, quindi. In un contesto internazionale sempre più dominato dal volere di un numero ristretto di grandi Nazioni decise, innanzitutto, a difendere i propri specifici interessi nazionali. Cosa che rende quasi impossibile ogni previsione.
C’è poi da tenere presente l’imponderabilità delle singole situazioni. Nel breve periodo, Donald Trump sarà alle prese con le elezioni di midterm che possono rappresentare un rischio per le sue politiche. Xi Jinping, a sua volta, dovrà affrontare il congresso del suo temibile Partito. E anche in questo caso non saranno “rose e fiori”. Resta sullo sfondo la Russia di Vladimir Putin, con la sua crisi profonda. La militarizzazione dell’economia e il peso delle sanzioni ne hanno lesionato il tessuto produttivo. Tassi d’interesse di riferimento dell’ordine del 20 per cento ne hanno reso fragili le giunture, al punto da spingere la stessa Banca centrale a chiedere una moratoria per quelle imprese che non sono in grado di far fronte ai propri impegni finanziari.
Stando a questi flash, il mondo sembrerebbe danzare sull’orlo di un burrone. E invece così non appare. Come già non è stato nell’anno appena passato, quando lo stesso pessimismo trasformava i singoli analisti in altrettante Cassandre. Oggi si scopre, infatti, che le cose, nonostante tutto, sono andate meglio del previsto. Che la resilienza è stata maggiore rispetto a quanto si pensasse. Vero, ma solo se si perde di vista il quadro generale. Se ci sofferma cioè sui singoli episodi, perdendo il loro rapporto con la situazione più complessiva.
Per sfuggire alla mordacchia dei dazi, i mercati hanno giocato d’anticipo rispetto alle future decisioni del principe. Ed ecco allora che, specie nel terzo trimestre dell’anno, il commercio internazionale si è impennato. In una sorta di mini boom. Fine della paura? No: solo far entrare negli States quei prodotti che il giorno dopo sarebbero costati dal 15 al 50% in più a secondo del Paese di provenienza e del rapporto – da preferenziale a ostile – intessuto con King Donald.
Non si può dire, tuttavia, che il mondo non avesse pagato un prezzo, per quanto piccolo esso possa essere stato. Su base annua, infatti, il commercio internazionale aveva subito una contrazione dei relativi volumi. Che erano sempre cresciuti del 2,8%, ma contro il 3,4 dell’anno precedente. Più incerte le previsioni per il 2026, con una crescita stimata del 2,1% e un calo di velocità del 40% rispetto al 2024. Un dato ancora accettabile, ma solo se messo in relazione all’affermarsi di prassi destinate a stravolgere l’intero impianto delle relazioni internazionali.
Non più un riferimento seppure lontano ai principi della divisione internazionale del lavoro e ai vantaggi comparati, quale spinta necessaria per costruire un rapporto cooperativo tra popoli diversi. Al di là degli eccessi della globalizzazione. Ma l’idea di un’economia nazionale sempre più asservita a una politica di potenza. Alla ricerca affannosa dei materiali strategici: terre rare, fonti energetiche, prodotti ritenuti essenziali. Con la voglia di trasferire al proprio interno produzioni della vecchia economy (il fenomeno del reshoring), specie nei settori collegati al militare, anche pagando il prezzo di una minore efficienza allocativa. Il desiderio, infine, di ridisegnare le catene globali del valore a proprio uso e consumo per poi difenderle con la deterrenza militare. Quando non si arrivi, come nel caso del Venezuela, al ritorno della vecchia politica delle cannoniere, seppure condotta nel nome del nobile principio della lotta al narcotraffico.
Perché tanto insistere sul quadro internazionale? Perché quel poco di sviluppo che ha caratterizzato l’economia italiana si deve, nel breve periodo, alle risorse del Pnrr; nel medio, al prevalente contributo allo sviluppo offerto dall’estero. Mentre la domanda interna, sebbene evocata nei documenti governativi, rimaneva stagnate. Ne deriva, pertanto, che i cambiamenti che si intravedono all’orizzonte nelle relazioni internazionali non potranno che avere un effetto negativo sulle prospettive future dell’economia nazionale. Ai quali sarà necessario provvedere. Come? Cambiando registro grazie a una politica tesa al rilancio della domanda interna (consumi ed investimenti), anche a costo di utilizzare, a protezione delle bilancia dei pagamenti, parte delle riserve ufficiali accumulate. Che, per fortuna, in Italia sono le più alte dell’Eurozona.
Ci sono le condizioni? In questi ultimi anni, l’Italia ha recuperato una credibilità che, in passato, aveva perduto. Merito di una politica finanziaria prudente, che le consentirà, quanto prima di uscire dalla “procedura d’infrazione”. Ma anche di una stabilità politica che ha ricordato gli anni migliori della Repubblica. Un patrimonio da non disperdere, ma incrementare. Modificando ciò che deve essere modificato. Il suo tallone d’Achille resta una crescita del tutto insufficiente. Dalla nascita dell’euro, il suo ritmo di sviluppo è stato il più basso dell’Eurozona. Ha poco creato e molto distribuito. Un trend che deve essere invertito.
Semplici simulazioni dimostrano che se fosse cresciuta al ritmo medio dell’Eurozona, oggi il suo prodotto interno lordo sarebbe superiore di circa il 27%. Il suo debito pubblico, grazie al maggior denominatore e alle maggiori risorse erariali, derivanti dal maggiore sviluppo, non supererebbe al 98% del Pil , contro l’attuale 134,9. Mentre l’indebitamento medio annuo sarebbe sceso da una media annua del 3,9 al 3.1%. Ma la stessa spesa pensionistica – croce e delizia della storia patria – avrebbe assunto un profilo molto meno preoccupante. Del tutto in linea con i parametri dell’Eurozona.
Porsi un simile obiettivo – una crescita del Pil pari alla media dell’Eurozona – implica trasformazioni profonde soprattutto nel modo di far politica. Richiede, innanzitutto, quella coesione tra le varie forze in campo su cui si è soffermato il Presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio di fine anno. Un atteggiamento nuovo che riporta alla mente gli anni passati. Allora la “guerra fredda” non impedì di ricercare, seppur nei modi possibili, la necessaria convergenza nell’interesse della Nazione. Oggi l’Europa è costretta a una sfida forse anche più impegnativa, considerate le incertezze della geopolitica e il venir meno degli antichi ancoraggi atlantici. È bene averne contezza e attrezzarsi per farvi fronte.
















