L’idea che il dolore economico possa porre fine a una guerra è ampiamente diffusa, ma trova scarso riscontro nella storia. E il caso russo sembra inserirsi in questa dinamica, mostrando i limiti strutturali della pressione economica come strumento di coercizione strategica
L’idea che la pressione economica possa sostituire l’uso della forza militare è uno dei capisaldi del liberalismo internazionale. Sanzioni, restrizioni commerciali e isolamento finanziario dovrebbero aumentare il costo dell’aggressione fino a rendere conveniente un cambio di rotta. Questa logica è stata applicata in modo estensivo alla guerra della Russia contro l’Ucraina, alimentando la convinzione che il progressivo indebolimento dell’economia russa possa tradursi in una revisione delle scelte strategiche del Cremlino. Ma forse le cose potrebbero seguire un percorso diverso.
Nel suo ultimo report per il Royal United Sevrices Institute, Richard Connolly si sofferma a ragionare su questo possibile esito, ricordando come nella storia ci siano pochi casi in cui le guerre siano finite perché diventano economicamente troppo costose. Più spesso, infatti, i conflitti si concludono a seguito di una sconfitta militare, della rottura della coalizione di potere o del collasso di un regime. Quando la pressione economica ha un impatto reale, tende ad agire attraverso questi canali indiretti, non per semplice persuasione.
Esemplare il caso del Giappone imperiale che, colpito da un embargo petrolifero, non scelse la moderazione ma l’escalation, ritenendo che l’asfissia economica lo avrebbe reso strategicamente vulnerabile. La Germania del 1918 non chiese la pace solo per le sofferenze causate dal blocco navale (che erano in ogni caso decisamente superiori a quelle a cui è soggetta oggi la popolazione russa), ma quando la sconfitta militare si intrecciò con disordini interni e il crollo del regime imperiale alla guida del Paese. Un caso parzialmente diverso fu quello del Sudafrica dell’ultimo apartheid, dove le sanzioni contribuirono a modificare gli incentivi delle élite, spingendo verso il negoziato.
Nel caso russo, l’economia è chiaramente sotto stress. La crescita si è quasi fermata, l’inflazione rimane persistente e i tassi di interesse sono elevati. La guerra ha aggravato le carenze di manodopera e indebolito investimenti e settori civili, compromettendo le prospettive di produttività e sviluppo tecnologico di lungo periodo. Tutto ciò indica un’economia più povera e meno dinamica nel tempo.
Ma queste difficoltà, evidenzia Connolly, non si sono tradotte in un indebolimento decisivo della capacità militare. Il settore della difesa è stato di fatto protetto, con un forte aumento della spesa e una riconversione industriale orientata alla produzione di munizioni, riparazioni e logistica. La manodopera è stata attratta verso gli impianti militari tramite salari più alti e tutele specifiche, mentre le catene di approvvigionamento sono state riorientate verso fornitori alternativi e sostituti interni.
Anche la natura del conflitto gioca un ruolo cruciale. La guerra si è trasformata in una lotta di logoramento, in cui contano più il volume di fuoco, la disponibilità di uomini e la tenuta logistica che l’efficienza economica complessiva. In questo contesto, indicatori come Pil o inflazione sono poco indicativi della sostenibilità dello sforzo bellico, finché lo Stato riesce a pagare i soldati e mantenere l’apparato di sicurezza.
Sul piano politico, le sanzioni non hanno indebolito le élite, ma ne hanno rafforzato la dipendenza dal regime. I settori legati all’economia statale, alla difesa e alla sicurezza hanno beneficiato della redistribuzione delle risorse, mentre quelli più integrati nell’economia globale hanno perso influenza. Il malcontento sociale è stato gestito attraverso protezioni selettive e un forte controllo repressivo e mediatico, riducendo il rischio di una mobilitazione interna.
In assenza di shock improvvisi e destabilizzanti, come una crisi alimentare o un collasso fiscale, la pressione economica difficilmente sarà decisiva. Le sanzioni possono indebolire la Russia nel tempo e limitarne le opzioni future, ma da sole non sembrano in grado di fermare una guerra presentata dal regime come esistenziale per la propria sopravvivenza. E le notizie arrivate negli ultimi mesi dal fronte negoziale sembrano essere un’ulteriore conferma di questa traiettoria.
















