Il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini. L’opinione di Benedetto Ippolito
Il referendum costituzionale della primavera 2026 segna un passaggio fondamentale nell’evoluzione dell’architettura costituzionale italiana. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, fulcro della consultazione, non è una mera modifica tecnica, ma rappresenta un bivio ineludibile per la cultura della giurisdizione in Italia. L’obiettivo è realizzare una “democrazia compiuta”, chiudendo una lunga stagione di conflitto istituzionale e rispondendo a patologie sistemiche che hanno eroso la fiducia dei cittadini. Questa non è solo una riforma benefica, ma un intervento essenziale per invertire un declino dimostrabile nell’efficacia e nella credibilità del sistema, rendendo il voto del 2026 un punto di non ritorno.
La tesi centrale di questa analisi è che votare “Sì” significa scegliere un sistema giudiziario più equilibrato, imparziale ed efficiente, in piena coerenza con i principi del giusto processo e con una volontà popolare già espressa ma rimasta inascoltata. La riforma è l’esito di un dibattito decennale che giunge oggi a maturazione, offrendo al Paese un’opportunità irripetibile di modernizzare una delle sue funzioni sovrane più delicate e decisive.
Il principio cardine della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Questa non è una semplice riorganizzazione, ma l’attuazione più completa del principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige un giudice terzo e imparziale di fronte a parti che si confrontano su un piano di parità. Sul piano dei principi costituzionali, la riforma sana un’anomalia del nostro ordinamento: un modello di carriera unitaria che tiene insieme, sotto lo stesso tetto, due funzioni — quella requirente e quella giudicante — che per un sano equilibrio istituzionale, ispirato alla separazione dei poteri, devono essere nettamente demarcate.
Separare le carriere non significa solo distinguere i ruoli, ma plasmare una diversa e specifica forma mentis per chi è chiamato a giudicare e per chi è chiamato ad accusare. La scelta quasi irreversibile della funzione, operata a inizio carriera, modella progressivamente una cultura professionale coerente con il proprio ruolo. Per comprendere la portata del cambiamento, è essenziale distinguere tra il sistema attuale, basato sulla distinzione delle funzioni, e quello proposto, incentrato sulla separazione delle carriere.
Questa impostazione è sostenuta da un’ampia parte del mondo giuridico e istituzionale. Come si legge nella relazione della Commissione europea, “il ministro della Giustizia ritiene che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo dei magistrati e attui il principio generale secondo cui la giurisdizione è esercitata tramite un equo processo in cui le parti sono su un piano di parità dinanzi a un giudice imparziale”. Posizioni analoghe sono state espresse dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che hanno definito la riforma “essenziale per garantire l’imparzialità dei giudici”.
La necessità di assicurare un’imparzialità non solo formale, ma anche sostanziale e percepita, si lega direttamente alle carenze strutturali che affliggono il sistema, le quali richiedono un intervento deciso e non più procrastinabile.
La riforma costituzionale non è un’esercitazione teorica, ma una risposta necessaria a disfunzioni strutturali, ampiamente documentate, che minano l’efficienza della giustizia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La Relazione sullo Stato di diritto 2025 della Commissione Europea offre un quadro impietoso delle patologie che il sistema italiano deve affrontare.
La lentezza della giustizia “costituisce tuttora un grave problema”. In particolare, i tempi per risolvere i contenziosi civili e commerciali sono “i più lunghi nell’UE”, richiedendo in media circa sei anni per una conclusione nei tre gradi di giudizio.
La percezione della corruzione nel settore pubblico “continua ad essere relativamente elevata”. I dati dell’Eurobarometro indicano che l’82% degli italiani la ritiene un fenomeno diffuso, una cifra allarmante se confrontata con la media UE del 69%.
Il sistema soffre di “lacune persistenti” nel personale. Si registra un tasso di carenza del 17% per i magistrati ordinari e del 37% per il personale amministrativo, una situazione che paralizza gli uffici giudiziari.
Questi dati non sono solo numeri, ma la negazione quotidiana del diritto a una giustizia rapida ed efficace. Una magistratura gravata da carenze di organico del 17% e da processi che durano anni non può permettersi l’inefficienza derivante da una carriera indifferenziata. La specializzazione imposta dalla separazione è una leva diretta per ottimizzare risorse scarse e aggredire le lungaggini alla radice, introducendo una logica di efficienza e chiarezza di ruoli oggi assente. Un sistema così inefficiente genera sfiducia e allontana i cittadini dallo Stato, rendendo la riforma non solo opportuna, ma strategica.
Questa urgenza di cambiamento non è avvertita solo a livello istituzionale, ma trova un forte riscontro nella volontà popolare, come dimostrato da recenti consultazioni.
Il dibattito sulla separazione delle carriere non è un’imposizione improvvisa, ma una questione che anima la discussione pubblica da decenni. Proposte di riforma sono state avanzate da commissioni parlamentari, come la “Commissione D’Alema”, e da iniziative di legge popolari, segnalando un’esigenza di cambiamento profonda e trasversale. Questo lungo percorso ha trovato la sua più chiara espressione nella volontà manifestata dai cittadini in occasione dei referendum abrogativi del 2022.
In quella consultazione, il terzo quesito proponeva di abrogare le norme che consentono il passaggio dei magistrati dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Il risultato, tra coloro che si recarono alle urne, fu inequivocabile.
Nel referendum del 2022, il 73,26% dei votanti si è espresso a favore della separazione delle funzioni.
Sebbene il quorum non sia stato raggiunto, impedendo l’abrogazione delle norme, il significato politico di quel voto è innegabile. Esso ha rivelato una volontà schiacciante tra i cittadini partecipanti, un orientamento netto verso un sistema in cui i ruoli di giudice e pubblico ministero siano nettamente distinti. Ignorare questa indicazione significherebbe ignorare la voce di milioni di italiani.
Il referendum costituzionale del 2026 offre finalmente l’opportunità di dare attuazione a questa chiara indicazione popolare. Votare “Sì” non significa quindi avallare una riforma imposta dall’alto, ma portare a compimento un percorso democratico che parte dal basso. È la risposta a un’esigenza di chiarezza e terzietà che i cittadini hanno già manifestato. Questa spinta riflette anche il desiderio di superare le tensioni istituzionali che hanno troppo a lungo caratterizzato la giustizia italiana.
La scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere nella primavera del 2026 è un verdetto sul futuro del nostro sistema democratico. Votare “Sì” alla riforma costituzionale significa garantire un processo equo, con un giudice veramente terzo e separato dalla parte che accusa, in piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, rispondere alle disfunzioni del sistema, promuovendo la specializzazione e la chiarezza dei ruoli come leve per aggredire le intollerabili lungaggini processuali, dare seguito all’indicazione inequivocabile emersa dal referendum del 2022, onorando un’istanza democratica già espressa, chiudere una lunga stagione di conflitti e ripristinare quel clima di “rispetto reciproco fra le varie istituzioni dello Stato” che, come ricordato dalla Prima Presidente della Corte di Cassazione, è condizione indispensabile per alimentare la fiducia dei cittadini.
È importante sottolineare che la separazione delle carriere non è una misura “punitiva” nei confronti della magistratura, ma un passo evolutivo per l’intero sistema-Paese. Si inserisce in una visione organica dello Stato, in cui ogni potere esercita la propria funzione in modo autonomo ma equilibrato, con l’unico fine di tutelare i diritti dei cittadini. La riforma rafforza la magistratura stessa, consolidandone il ruolo a garanzia della legalità e della giustizia.
Per queste ragioni, il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini.
















