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La svolta di Damasco. Istituzioni politico-militari curde nello Stato siriano

L’accordo del 30 gennaio tra Damasco e Sdf segna una netta discontinuità nel rapporto tra Stato siriano e curdi, prevedendo integrazione militare e amministrativa del Nord-Est. Ma se la svolta politica è rilevante, l’attuazione resta ancora un’incognita

In Siria sembra che ci sia stata una svolta significativa. Un accordo raggiunto il 30 gennaio 2026 tra il governo siriano e le milizie curde poste note come Forze democratiche siriane segna un passaggio politico e militare che, almeno sulla carta, riduce l’incertezza nel Nord-Est del Paese, dopo settimane di tensioni che avevano fatto temere un’escalation militare tra il governo centrale e le forze paramilitari curde.

Un primo perno dell’intesa è la fusione delle componenti armate curde nell’apparato nazionale. L’accordo prevede infatti la creazione di una divisione dell’esercito siriano composta da tre brigate provenienti dalle Sdf, un meccanismo pensato appositamente per rendere stabile la presenza dei combattenti curdi nelle catene di comando statali. Ma non meno rilevante è la dimensione amministrativa: secondo quanto si apprende le istituzioni civili del Kurdistan siriano dovrebbero essere integrate nel governo centrale, superando un sistema parallelo che per anni ha governato una regione ampia e strategica. L’obiettivo finale è unificare il territorio e coordinare gli sforzi per la ricostruzione, secondo quanto si legge nel testo pubblicato dalle stesse milizie curde.

Una svolta che non sarebbe stata possibile senza la profonda trasformazione politica dovuta alla caduta del regime di Bashar al-Assad, che ha sempre mantenuto un approccio ostile nei confronti delle minoranze curde. Viceversa, il nuovo leader Ahmed al-Sharaa, salito al potere nel dicembre del 2024, mira a costruire una Siria unita sotto un governo e un esercito centrali senza curarsi di fattori di carattere etnico. Ma la realtà resta frammentata e il dossier curdo diventa un test sulla natura del nuovo Stato.

Il processo è stato però tutt’altro che facile. Per mesi le trattative tra Damasco e leadership curda sono rimaste bloccate, fino a mancare una scadenza fissata per fine dicembre per l’avvio dell’integrazione. Superato quel termine, la pressione è iniziata a salire, con le forze del governo centrale hanno lanciato un’offensiva nel Nord-Est, conquistando aree un tempo sotto controllo curdo e riducendo lo spazio negoziale delle Sdf. Sembra che il fattore decisivo sia però stato esterno. Gli Stati Uniti, che avevano visto le Sdf come alleato chiave contro lo Stato islamico negli anni scorsi, hanno ritirato il sostegno alla milizia e spostato il loro peso politico sul nuovo governo. Spingendo così i curdi a cercare un compromesso.

Adesso, secondo gli osservatori, il nodo vero sarà la gestione dell’autonomia. Restano da definire processi, tempi e catene di comando, e probabilmente la tenuta dell’accordo dipenderà fortemente dall’implementazione pratica dello stesso. Quel che è certo, però, è che quanto avvenuto sia un segnale di forte e netta discontinuità rispetto al passato.


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