Un’intervista che va oltre il calcio: Luka Modric racconta la sua vita tra guerra, resilienza e successi. Dal peso della storia croata alla mentalità vincente, emerge il legame tra sport, identità e responsabilità verso le nuove generazioni
“Il più e il meno sono segni della contabilità, della partita doppia del dare/avere. Qui riguardano lo scorrere del tempo”. Queste parole di Erri De Luca fanno da cornice ad una rilettura personale dell’intervista di Aldo Cazzullo e Carlos Passerini a Luka Modric, pubblicata il 31 dicembre (2025) sul Corriere della Sera. Gli argomenti affrontati non sono per niente vari e leggeri, tantomeno senza impegno. Anzi, vanno ben oltre il calcio, racchiudono e trasmettono, non soltanto il valore di un’intera esistenza, (appunto) quella del già Pallone d’oro (2008), anche il carattere di un popolo, quello croato a cui Modric appartiene.
Nella spiegazione dell’importanza per la sua vita del nonno paterno, di cui porta il nome, e che fu assassinato dai cetnici serbi, lo sportivo fa presente agli intervistatori il riaprirsi di una “ferita terribile”, la guerra e il lasciare tutto da un giorno all’altro. In proposito, Modric, nella sua autobiografia “A modo mio” (Sperling&Kupfer, 2000), ha scritto di non aver mai percepito nelle parole di suo padre odio, desideri di vendetta.
Si potrebbe dire pure molto della sua determinazione a continuare a giocare a calcio, nonostante per alcuni non avrebbe potuto “fare il calciatore professionista, perché (…) troppo piccolino, troppo fragile”; al pari, della sua esperienza iniziale allo Zrinski Mostar. La ricostruzione di questi passaggi, della sua carriera calcistica, può assumere una luce nuova nella risposta data dal centrocampista del Milan e della nazionale croata alla domanda su quale sia il segreto del successo nello sport, a livello internazionale, di un Paese con meno di quattro milioni di abitanti: “La mentalità. Saper soffrire, non arrendersi mai. Ci hanno insegnato che per ottenere qualcosa devi combattere. E poi devi difenderla. Il talento conta, ma non basta”. Il giocatore aggiunge: “Credo che l’esperienza della guerra abbia inciso (…) su tutta la mia generazione”.
Il prossimo giugno saranno trascorsi 35 anni dal quel 25 giugno 1991, in cui i Parlamenti di Slovenia e Croazia proclamarono l’indipendenza dei loro Paesi. Fu il primo passo verso la dissoluzione della Jugoslavia e l’inizio della guerra nei Balcani. I “campi” e i “piani” di questa intervista, che non si limita a celebrare i traguardi sportivi conseguiti, rappresentano un prezioso contributo alla costruzione di un’identità europea consapevole delle tragedie del passato, anche più recente. E, quella “mentalità” messa in risalto da Modric, con molta probabilità alla base dapprima (2013) dell’adesione della Croazia all’Unione europea e poi (2023) dell’ingresso del Paese nell’Eurozona e nello Spazio Schengen, si potrebbe porre idealmente in dialogo con il contenuto dell’esortazione – “Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanti anni fa, costruì l’Italia moderna” – che il Presidente Mattarella ha rivolto ai più giovani nel suo messaggio di fine anno.
Per quanto emerga chiaramente l’esemplarità della sua storia nelle risposte date a Cazzullo e Passerini, tra gli altri, c’è un passaggio della (già menzionata) autobiografia che vale la pena richiamare perché in esso traspare la piena consapevolezza della responsabilità di essere un modello, innanzitutto per i più giovani: “Molto è stato scritto sul fatto che sono cresciuto in povertà, circondato dagli orrori della guerra, con le difficoltà di una vita da rifugiato. È vero: non abbiamo vissuto nell’abbondanza. Ed è vero anche che bombardamenti e traumi del conflitto sono stati per lungo periodo parte della mia quotidianità (…) Ciononostante, mentirei se dicessi che ho vissuto male e che ho avuto un’infanzia triste”.
Insomma, ha ragione Erri De Luca quando, in “Il più e il meno” (Feltrinelli, 2015), sostiene che “chi ha vissuto prima sta dietro a chi arriva dopo”.
















