Dopo la guerra lampo contro il Venezuela, la comunità internazionale si interroga sul futuro degli Stati Uniti e sul ruolo di Trump. L’azione militare segna una svolta storica, tra giustificazioni contro Maduro e il rischio di un nuovo ultra-imperialismo. L’analisi di Gianfranco D’Anna
L’ America Latina e il resto del mondo sono entrati nella Trump’s golden age, l’era trumpiana della illimitata potenza militare americana. Non è una analisi o una valutazione, ma esattamente quello che ha affermato testualmente il presidente degli Stati Uniti in un’ora di conferenza stampa nella residenza privata di Mar a Lago.
Con un atteggiamento imperioso, simile a quello di Tiberio nella villa di Capri, il tycoon ha ripercorso con toni trionfalistici e a tratti minacciosi le fasi della clamorosa cattura dell’ormai ex dittatore venezuelano Nicolàs Maduro e della moglie Cilia Flores, asserragliatisi in una fortezza militare altamente protetta nei pressi di Caracas.
In un riuscito blitz a tutti gli effetti militari, mimetizzato da operazione antinarcos, denominata Operazione Absolute Resolve, le forze armate statunitensi hanno fatto ricorso ad un’unità d’élite, la Delta Force, ed a reparti segreti della Cia per un’operazione del tipo “snatch and grab” cattura e porta via.
L’intelligence statunitense ha individuato il luogo in cui si trovavano Maduro e la moglie, fornendo le informazioni operative essenziali per il blitz. Gli uomini della Delta Force e dei servizi americani si sarebbero anche giovati di una fonte interna al governo venezuelano, che ha consentito si sapere con sicurezza dove Maduro si trovasse.
Già trasferito negli Stati Uniti, l’ex dittatore accusato da Trump di essere in affari con i narcos, di tramare con l’Iran, Cuba, la Cina e la Russia e di rifornirli di petrolio, sarà incriminato nelle prossime ore per traffico internazionale di stupefacenti dalle autorità federali di New York dinnanzi alle quali comparirà in manette assieme alla moglie.
Il trionfalismo del presidente Usa è arrivato al punto di affermare che gli Stati Uniti governeranno il Venezuela e assicureranno una transizione democratica. “Governeremo il Paese nel modo giusto”, ha affermato testualmente Trump, spiegando che l’obiettivo è rimettere in funzione l’industria energetica venezuelana e che la presenza statunitense durerà “per il tempo necessario” a completare la transizione.
“Senza Nicolàs Maduro il Venezuela è assolutamente un Paese migliore. Resta da vedere se è stata scelta la strada più giusta e costituzionalmente legittima per liberare i venezuelani dalla dittatura”, è la critica immediatamente sollevata dal New York Times, dal Washington Post e dalla maggior parte dei media americani.
Una critica seguita dalla aperta condanna per la violazione del diritto internazionale espressa dal segretario generale delle Nazioni Unite, Guturres, dal presidente francese Macron e da quello cinese Xi Jinping, da Mosca, da tutti i leader latino americani, tranne l’argentino Milei, mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Lyen e la premier Giorgia Meloni si sono dette al fianco del popolo venezuelano e sostenitrici di una transizione pacifica e democratica.
Critiche che si aggiungono a quelle legislative e costituzionali, molto più insidiose, che vengono rivolte a Trump anche da alcuni esponenti repubblicani e da tutto il partito Democratico del Congresso che accusano il presidente di avere oltrepassato tutti i limiti dei suoi poteri, aggirato e tenuto all’oscuro il Congresso mentre scatenava un intervento militare.
Mediaticamente l’assalto al Venezuela, accusano inoltre i democratici, distoglie immediatamente l’attenzione dell’opinione pubblica e dei consumatori americani dall’aumento dei prezzi e dall’inflazione e soprattutto dallo stillicidio del sempre più inconfessabile coinvolgimento del tycoon nel turpe giro del pedofilo Epstein.
Attacchi e scontro istituzionale che la Casa Bianca intende disinnescare moltiplicando gli interventi antinarcos.
Non a caso, nella conferenza stampa di Mar a Lago, più volte è stato fatto riferimento a possibili bis dell’intervento contro Maduro riguardo alla Colombia e alla Bolivia, Paesi epicentro, assieme al Messico, della coltivazione della coca e del colossale traffico di droga verso il nord America e l’Europa.
Narcotraffico col corollario di un riciclaggio di denaro per trilioni di dollari. Cifre inimmaginabili che inquinano l’economia mondiale e corrompono autorità bancarie ed investigative, istituzioni e gli stessi governi.
Catturare Maduro e mettere le mani sul petrolio venezuelano non impedisce affatto ai narcos di avvelenare il pianeta. Bombe e raid a vasto raggio andrebbero indirizzati più efficacemente sulle piantagioni di coca della Colombia e della Bolivia, e contro i feroci cartelli della droga messicani, per interrompere il ciclo produttivo della cocaina.
Narcotraffico e riciclaggio che rappresentano il vero banco di prova della buona fede di Donald Trump, che non può a questo punto limitarsi soltanto al bolso Nicolàs Maduro, trascinato in catene negli States per il trionfo mediatico dell’autoproclamatosi superTrump.















