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Evitiamo narrazioni fuorvianti su Ice. Antinori spiega il suo raggio d’azione a Milano-Cortina

La presenza dell’Ice nel dispositivo di sicurezza di Milano-Cortina diventa il pretesto di una polemica politica che rischia di deformare la realtà operativa. Arije Antinori ricostruisce ruolo e funzioni dell’agenzia americana, ridimensionando allarmismi e narrazioni propagandistiche, e richiama l’attenzione sui rischi di strumentalizzazione del dissenso e sulle dinamiche di infiltrazione nei movimenti antagonisti e anti-sistema in un contesto geopolitico ad alta tensione

Sullo sfondo di Milano-Cortina, Ice è diventato il simbolo di una polemica che va ben oltre il perimetro della sicurezza. Tra timori, slogan e mobilitazioni antagoniste, il rischio è che il rumore copra i fatti. Per rimettere ordine tra percezioni e dinamiche reali, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza, esperto dell’EU Knowledge Hub per la prevenzione della radicalizzazione.

Professore, partiamo dall’origine della polemica. Perché, a suo avviso, sul ruolo dell’Ice si sta facendo confusione?

È necessario precisare alcune cose riguardo alla proiezione di Ice in Italia. Leggo ricostruzioni sfasate, dove non viene spiegato né il raggio d’azione né il mandato reale. Ice viene raccontata come una forza operativa onnipresente, quando non è così.

Che cos’è, allora, Ice dentro il sistema americano della sicurezza?

Uno dei problemi principali è la scarsa conoscenza della miriade di agenzie ed entità che compongono il sistema di intelligence e di polizia negli Stati Uniti. Ice è incardinata nel Department of Homeland Security e ha, tra l’altro, mandato di sicurezza nazionale. Non è un corpo isolato né un soggetto anomalo.

Quando opera fuori dai confini americani, che tipo di attività svolge?

Qui c’è un aspetto fondamentale da chiarire. Quando Ice lavora all’estero, il suo ruolo non è più solo quello di Ice in senso stretto. Parliamo di analisi, ricerca, supporto logistico, scambio informativo e protezione delle infrastrutture, anche sul piano cyber. È il perimetro delle Homeland Security Investigations.

Quindi niente agenti Ice per le strade italiane durante le Olimpiadi?

Evitiamo narrazioni fuorvianti. Non vedremo agenti Ice pattugliare le città. Dire che arrivano tre agenti Ice come se fosse un’invasione è una semplificazione che non aiuta. Quello che oggi si fa con Ice, l’Italia lo fa da anni con l’Fbi.

Al di là dei fatti di Minneapolis, come si spiega tutta l’attenzione sul “corpo”?

Ice è diventata uno strumento di propaganda. È finita nell’occhio del ciclone, ma l’attività prevista per Milano-Cortina è esattamente quella che sarebbe stata svolta con l’Fbi. Si sta facendo un uso politico e distorsivo di una forza che esiste da decenni.

C’è anche una rimozione storica, in questo dibattito?

Assolutamente sì. Ice ha lavorato anche durante l’amministrazione Obama. Oggi viene presentata come il vettore dirompente, ma è una rappresentazione artificiosa. La cooperazione internazionale in materia di sicurezza non nasce oggi.

Milano-Cortina è però un evento ad alta esposizione. Quanto conta questo fattore?

Ogni grande evento è una potenziale finestra di destabilizzazione. Le Olimpiadi sono, per definizione, un obiettivo simbolico. È per questo che l’intelligence italiana sta facendo un ottimo lavoro, lavorando sulla prevenzione e sulla lettura dei segnali deboli.

In questo quadro si inserisce anche la rinascita di un certo antiamericanismo?

Sì, assistiamo a una riemersione di narrazioni antiamericane e anti-Nato. Non sono nuove, ma vengono riattivate sfruttando contesti ad alta visibilità come le Olimpiadi.

Il dissenso, però, è parte della dialettica democratica. Dove sta il confine?

Il dissenso è sempre legittimo. Il problema nasce quando all’interno di mobilitazioni democratiche si inseriscono infiltrazioni che usano questi eventi per destabilizzare. Dimostrare è lecito, farlo in modo violento no.

Lo sguardo degli analisti si concentra spesso sui movimenti antagonisti. È sufficiente?

No. L’attenzione non deve fermarsi all’antagonismo classico. Esiste un ventaglio molto più ampio di movimenti anti-governo e anti-sistema, che attraversano fronti diversi. Gli attori sono molteplici e le Olimpiadi possono diventare un moltiplicatore.

Pensa a realtà come Askatasuna?

Ci troviamo in un’area di confine tra il confronto partitico e ciò che resta fuori dai partiti, dove emergono esperienze estremiste. Ma non parliamo di scatole chiuse: questi mondi sono porosi.

In che senso porosi?

Quando osserviamo questi fenomeni, vediamo quanto sia più semplice infiltrare movimenti democratici e pacifici. Eventi come le Olimpiadi, uniti al quadro geopolitico attuale, aprono finestre di opportunità sia per creare nuove narrazioni sia per rispolverarne di vecchie.

Il messaggio che si sente di consegnare in questo contesto qual è?

Dimostrare democraticamente è legittimo. Il dissenso è parte della democrazia. Vettorializzarlo in modo violento è inaccettabile.


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