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Dal coltan al palladio. Cosa ostacola la sfida degli Usa alla Cina sull’IA

Gli interessi di Donald Trump non riguardano solamente il petrolio. Nel sottosuolo venezuelano ci sono molti altri materiali rari che servirebbero per competere con la Cina sull’intelligenza artificiale. Stesso discorso vale per la Groenlandia, finita nel mirino di Washington. Ma ottenere quelle risorse non è una garanzia per vincere la sfida con Pechino

“Il Venezuela possiede minerali, tutti i minerali fondamentali, e vanta una grande tradizione mineraria che è andata in rovina. Il presidente Trump intende risolvere la situazione e riportarla ai livelli precedenti, per il bene dei venezuelani”. A esplicitare le intenzioni della Casa Bianca è il segretario al Commercio Howard Lutnick. Il governo di Washington ha preso possesso del petrolio venezuelano e intende gestirlo a “tempo indeterminato”, indirizzando flussi e prezzo. Il Venezuela ha le più grandi riserve al mondo, ma la stragrande maggioranza rimangono sotto terra a causa del declino in cui sono finite le infrastrutture di estrazione e lavorazione. Ma non c’è solo il greggio. Nel sottosuolo ci sono tanti altri minerali che servono agli Stati Uniti per vincere la corsa all’intelligenza artificiale. Stesso discorso vale per la Groenlandia, altro paese che Trump desidererebbe vedere come territorio americano.

Entrambe hanno alcuni dei materiali critici che servono per le batterie e l’elettronica, sottolinea Axios. Parliamo di cobalto, gallio, germanio, indio, litio, nichel, tantalio, torio, silicio. Utili, anzi fondamentali, per la costruzione dei semiconduttori più avanzati e dei data center, cruciali in questa partita. Ovviamente ognuno dei due paesi vanta delle esclusività. Il Venezuela, ad esempio, possiede grandi quantità di coltan, presente nei dispositivi elettronici come automobili, computer e smartphone. Al contrario, la Groenlandia possiede il palladio, che i venezuelani non hanno.

L’esigenza degli americani nasce dal dominio dei cinesi. Pechino controlla infatti il 90% dei materiali critici, motivo per cui Washington vuole diversificare la sua fornitura. Ne vale anche della propria reputazione. I dazi di Trump sono stati neutralizzati dalla minaccia lanciata da Xi Jinping di bloccare l’export delle proprie terre rare. Nel momento in cui l’America non è più ricattabile sotto questo aspetto, la storia cambierebbe.

Ovviamente ci sono degli ostacoli lungo la strada. Il primo aspetto è di tipo legale: molti analisti sostengono che con le sue mosse Washington violi il diritto internazionale e il principio di sovranità nazionale. Ma anche da un punto di vista fattuale sorgono dei problemi. L’arresto di Nicolás Maduro non cancella infatti la crisi politica ed economica in cui versa il Venezuela. La turbolenza rimane e di certo non invoglia le aziende a investire. Per cui la Casa Bianca dovrà offrire le proprie garanzie per persuaderle.

La Groenlandia di certo non è il Venezuela. Anche qui però la situazione è complessa. “Molti di questi minerali si trovano sotto il ghiaccio o leggermente al largo”, spiega Reed Blakemore, a capo della ricerca sui minerali critici presso l’Atlantic Council Global Energy Center. L’inverno lungo e le temperature rigide accorciano le finestre temporali per l’estrazione, così come complicano il trasporto via mare mentre quello via aerea è molto più costoso. Una volta estratti, quei minerali andranno lavorati. E gli strumenti a disposizione di Nuuk e Caracas sono da implementare, per cui bisognerà investire parecchio per poter competere con la Cina.


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