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Non un visitatore in più. Come ripensare la fruizione della cultura

Oggi che la cultura e la fruizione culturale si sono affermati come un consumo condiviso, è necessario abbandonare la mera logica dell’attrattore e iniziare a sviluppare una riflessione di tipo territoriale. Ua riflessione più ampia, che si interroga anche sull’effettiva equità del sistema culturale nazionale e sulla possibilità di generare un valore culturale, sociale ed economico che coinvolga il territorio nel suo complesso

Il direttore del Museo del Prado di Madrid ha recentemente dichiarato di non voler incrementare il numero dei visitatori del museo.

Lo ha fatto usando messaggi chiarissimi: visitare un museo non può essere un’esperienza simile a prendere una metro nelle ore di punta; il successo di un museo può condurlo al collasso.

La conclusione è netta, e il direttore la sottolinea nella sua enunciazione più radicale: Il Prado non ha bisogno di un solo visitatore in più.

Un indirizzo che potrebbe finalmente condurre ad una riflessione strutturata sul ruolo dei musei, e sull’equilibrio tra esperienza museale e fruizione, generando idee che in qualche modo sottraggano i musei e i loro direttori da una febbrile avidità di record.

È forse bene fornire un po’ di contesto storico: nel corso degli ultimi decenni la fruizione culturale si è trasformata da esperienza elitaria ad esperienza di massa.

I musei polverosi hanno quindi, e per fortuna, lasciato un po’ alla volta il posto a strutture sempre più “friendly”, grazie all’azione congiunta di differenti tipologie di intervento.

Da un lato, il coinvolgimento di soggetti privati sul lato dei servizi forniti agli utenti, come la biglietteria, la prenotazione, le attività di assistenza e accoglienza, la creazione di videoguide prima e di smartguide poi, l’organizzazione e l’erogazione di visite guidate e laboratori, e altri servizi di questa natura.

Dall’altro una grande modifica dell’impianto pubblico, che ha perseguito una campagna di “stimolo” sempre più incisiva, con azioni come quella delle giornate ad ingresso gratuito, alle quali partecipano ogni mese un numero sempre più cospicuo di cittadini.

Chiaramente, anche i musei hanno svolto in questo caso un ruolo decisivo, con direttori che sono stati in grado di cogliere l’orientamento strategico di fondo che lo stesso Ministero ha definito attraverso il riconoscimento di un’autonomia di gestione conferita ai Direttori di alcuni dei più importanti museali statali.

Autonomia che, seppur ancora parziale, ha comunque mostrato di essere particolarmente utile in molti degli istituti di cultura coinvolti da tale riforma.

Il risultato è che in quest’ultimo decennio il nostro patrimonio culturale è stato sempre più promosso sia a livello nazionale che a livello internazionale, consolidando quel binomio “turismo-cultura” non a caso posto tra gli indirizzi politici probabilmente più chiari sul lato culturale del presente Governo.

È ovvio che questo tipo di trasformazione sia da accogliere in modo più che positivo, e chiunque voglia ritornare ad una condizione in cui i Musei vengono concepiti quasi come luoghi di culto assuma una posizione che è insieme anacronistica e poco consapevole della realtà.

Ed è dunque necessario che in una riflessione di questo tipo venga sottolineata con grande convinzione la necessità di rendere il nostro sistema museale e culturale sempre più aperto alla cittadinanza, e sempre più attrattivo sia a livello territoriale che turistico.

Atteso ciò, è però da osservare che questa condizione di inedito interesse verso i Musei, ha generato tra ministero e direttori un’euforia aritmetica e monetaria, che necessariamente genera qualche piccola distorsione nel sistema culturale nel suo complesso.

Nel nostro Paese, ad esempio, di tutte le metriche disponibili o che si potevano concretamente sviluppare, quella selezionata per fornire una visione generale dell’andamento del sistema museale statale è quella che misura il numero netto di visitatori.

Qui il richiamo alla stazione metro è chiaro. Così come è chiaro che porre i differenti Musei all’interno di una classifica (dal più visitato al meno visitato) trasforma quella che dovrebbe essere una naturale conseguenza di un agire territorialmente consapevole in una priorità fine a se stessa.

Oggi che la cultura e la fruizione culturale si sono affermati come un consumo condiviso, è necessario abbandonare la mera logica dell’attrattore e iniziare a sviluppare una riflessione di tipo territoriale.

Ed è una riflessione che non può che provenire da quei grandi attrattori che, come il Prado, rischiano di monopolizzare, o quasi, la fruizione cittadina ma soprattutto turistica.

Senza considerare né limiti di sicurezza per le persone, né limiti di sicurezza per gli istituti, non si è ancora svolta una riflessione, in Italia, su quale sia, per ciascuno istituto museale, il massimo di visitatori contemporaneamente presenti nel Museo che consenta in ogni caso una visita “arricchente”.

Così come non sono state sviluppate politiche volte a distribuire i visitatori presso altre strutture. Tutti vogliono vedere le superstar, che è una condizione comprensibile, ma ci sono delle politiche che potrebbero segmentare la domanda in modo da discriminare chi vuole realmente visitare un museo, o chi si accontenta anche di un semplice “selfie”, o di un’occhiata rapida.

Non si tratta soltanto di agire secondo una sensibilità in qualche modo attribuibile al rifiuto dell’overtourism, ma di una riflessione più ampia, che si interroga anche sull’effettiva equità del sistema culturale nazionale e sulla possibilità di generare un valore culturale, sociale ed economico che coinvolga il territorio nel suo complesso, e non si limiti, come accade in molte città di medie e piccole dimensioni, a raccogliere quanti più turisti possibile all’interno di un unico contenitore.


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