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Pasdaran terroristi, l’Ue segue la linea italiana. Il commento di Ottolenghi

La decisione unanime dell’Unione europea di designare l’Irgc come organizzazione terroristica segna una svolta politica e strategica nel rapporto con Teheran, seguendo una linea promossa inizialmente dall’Italia. Secondo l’analista Emanuele Ottolenghi (Centef), la mossa allinea Bruxelles e Washington e apre la strada a misure più incisive contro l’apparato centrale del regime iraniano

Giovedì i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno deciso di inserire i Guardiani della rivoluzione iraniani (Irgc) nella lista delle organizzazioni terroristiche. L’Alta rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha spiegato che la repressione in Iran non può rimanere senza risposta, aggiungendo che ogni regime che uccide migliaia dei propri cittadini sta lavorando per la propria distruzione.

La decisione segna un passaggio di rilievo nella postura europea verso Teheran. Da un lato rappresenta una condanna netta delle brutalità messe in atto dal regime iraniano; dall’altro rischia di compromettere in modo significativo i già fragili canali di dialogo diplomatico tra Bruxelles e Teheran. Non si tratta tuttavia di una scelta isolata: gli Stati Uniti considerano l’Irgc un’organizzazione terroristica dal 2019 e, negli ultimi anni, decisioni analoghe sono state adottate anche da Canada, Australia, Ecuador e Argentina.

Chi sono i Guardiani della rivoluzione

I Guardiani della rivoluzione, noti anche come pasdaran, sono una forza militare creata dopo la rivoluzione islamica del 1979. Con circa 125mila membri attivi, rappresentano il livello più alto dell’apparato di sicurezza iraniano e costituiscono di fatto un esercito parallelo, articolato in forze terrestri, navali e aeree. L’IRGC controlla l’arsenale missilistico del Paese e svolge un ruolo centrale nella protezione dei siti legati al programma nucleare.

Oltre alla dimensione militare, i Guardiani sono anche un attore politico ed economico di primo piano. Attraverso una rete di società controllate direttamente o indirettamente, esercitano un’influenza estesa su settori strategici come edilizia, energia, ingegneria, telecomunicazioni e media, gestendo contratti per miliardi di dollari.

Le conseguenze della designazione

La scelta dell’Unione Europea di designare l’intero Irgc come organizzazione terroristica comporta conseguenze operative immediate. Tutti i membri del corpo non potranno viaggiare nei Paesi dell’Ue, i loro beni e le loro proprietà eventualmente presenti sul territorio europeo saranno congelati e verrà bloccata qualsiasi forma di finanziamento o transazione economica che li coinvolga.

Più ancora degli effetti pratici, la decisione assume un forte valore politico. Inserendo i Guardiani della rivoluzione nello stesso quadro giuridico di organizzazioni come lo Stato Islamico, al Qaida o Hamas, l’Ue invia un segnale chiaro sulla natura dell’apparato repressivo iraniano e sul giudizio europeo nei confronti del suo ruolo interno ed esterno.

Il dibattito interno e la linea che ha prevalso

All’interno dell’Unione Europea la decisione è stata preceduta da un confronto tra due posizioni distinte. Alcuni governi temevano che la designazione dell’IRGC avrebbe chiuso ogni spazio di interlocuzione politica con Teheran, rendendo più difficili anche dossier sensibili come quello dei cittadini europei detenuti in Iran.

La linea che ha prevalso, in modo unanime, è stata quella promossa dall’Italia. Tre giorni prima del Consiglio Affari Esteri, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato pubblicamente che Roma avrebbe proposto l’inserimento dell’Irgc nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue. La posizione italiana è stata subito sostenuta dalla Germania, mentre Francia e Spagna avevano inizialmente manifestato maggiore cautela.

Il punto di svolta è arrivato nelle ultime ore prima della decisione, quando Parigi ha rivisto la propria posizione, riconoscendo che l’entità e la brutalità della repressione rendevano politicamente insostenibile un approccio attendista. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha definito la repressione in corso come la più violenta nella storia moderna dell’Iran, sottolineando che non può esserci impunità per i crimini commessi.

Un contesto di sanzioni già esteso

La designazione dell’Irgc si inserisce in un quadro sanzionatorio già ampio. Da anni l’Unione Europea sanziona centinaia di funzionari iraniani e limita l’esportazione verso l’Iran di materiali utilizzabili per la costruzione di missili e droni. Dal settembre 2025 Bruxelles ha inoltre ripristinato le sanzioni legate al programma nucleare iraniano, sospese con l’accordo del 2015.

Nella stessa riunione di giovedì, il Consiglio dell’Ue ha approvato nuove misure restrittive contro funzionari ed enti direttamente coinvolti nella repressione delle proteste, tra cui il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, il procuratore generale Mohammad Movahedi-Azad e il giudice di Teheran Iman Afshari. Le sanzioni prevedono, tra le altre cose, il congelamento dei beni in Europa e il divieto di ingresso nei Paesi membri.

Allineamento transatlantico e credibilità europea

Secondo Emanuele Ottolenghi, senior research fellow presso il Center for Research on Terror Financing (Centef), la decisione europea è “destinata a essere accolta positivamente a Washington”. “Gli Stati Uniti da anni hanno sanzionato i Pasdaran come organizzazione terroristica e colpito il loro vasto apparato finanziario con misure mirate, incoraggiando gli europei a fare altrettanto”, osserva. In questa prospettiva, l’inserimento dell’Irgc nella lista europea rappresenta “un passo importante che allinea Europa e Stati Uniti nel punire la guardia pretoriana del regime dittatoriale di Teheran” e che potrebbe “facilitare azioni congiunte, con maggiore incisività”.

Sul piano della credibilità, Ottolenghi richiama un precedente storico. “Tra il 2005 e il 2015, dopo la repressione del Movimento Verde del 2009, l’Europa contribuì in modo robusto alle sanzioni contro l’Iran, nonostante i forti legami economici”, ricorda. “Washington conosce bene il peso di una decisione europea che mette Teheran all’angolo e la apprezza; semmai, in passato, ne ha criticato l’esitazione”.

Le opzioni sul tavolo: sanzioni, propaganda, diplomazia

Ottolenghi sottolinea che la mossa dell’Ue apre ora margini concreti per rafforzare le misure restrittive. “Potremmo innanzitutto allineare le nostre sanzioni a quelle americane, che da anni hanno identificato numerose entità legate ai Pasdaran, sia nel settore economico-finanziario sia in quello militare-terroristico”, spiega. “Allungare la lista europea renderebbe le misure più efficaci e coerenti”.

Un altro fronte riguarda la propaganda. “Si potrebbero chiudere i centri culturali, le scuole e i seminari religiosi controllati dal regime iraniano”, inclusi quelli legati all’Università Al Mustafa, “un’istituzione finanziata direttamente dall’Ufficio del Leader Supremo e identificata da Stati Uniti e Canada come facilitatore del terrorismo e della propaganda, con chiari legami con i Pasdaran”.

Secondo l’analista, l’attenzione dovrebbe estendersi anche ai media di Stato iraniani. “Canali come Press TV e Hispan TV, che hanno trasmesso confessioni forzate di manifestanti, potrebbero essere oscurati, bloccandone i siti e rimuovendoli dalle piattaforme satellitari”, afferma. Ottolenghi richiama inoltre il ruolo delle rappresentanze diplomatiche: “Tra il personale delle ambasciate iraniane in Europa ci sono Pasdaran che usano la copertura diplomatica per attività di intelligence e intimidazione dei dissidenti in esilio”. In quest’ottica, “anche la sospensione delle relazioni diplomatiche e l’espulsione del personale coinvolto sono misure che andrebbero considerate”.

Quanto agli scenari futuri, l’analista invita alla cautela. “La possibilità di un attacco americano all’Iran resta aperta, ma è condizionata dai timori degli alleati regionali, dalle preoccupazioni statunitensi di non riuscire a rovesciare il regime con azioni mirate e dal rischio di una guerra prolungata che Teheran cercherebbe di estendere all’intera regione”, avverte. “C’è poi il presidente Donald Trump, che dopo aver messo in guardia il regime rischia la propria credibilità se non agisce”. In caso di escalation, conclude Ottolenghi, “non è da escludere una partecipazione di Paesi europei in funzione deterrente e difensiva contro l’apparato missilistico iraniano, come già avvenuto durante gli attacchi iraniani contro Israele nell’aprile e nell’ottobre 2024”.


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