Le tensioni attorno all’Iran stanno spingendo l’intero Asse della Resistenza verso una postura di pre-mobilitazione, tra canali diplomatici fragili e una crescente probabilità di escalation militare. Dal Libano al Mar Rosso, il rischio è che una crisi pensata come contenuta si trasformi rapidamente in un confronto regionale, con ricadute strategiche e marittime difficilmente controllabili
Le milizie e le organizzazioni collegate all’Iran in tutto il Medio Oriente (e non solo) sono nervose. Le manovre militari americane e le pressioni europee contro Teheran non rassicurano, anzi. Un attacco statunitense – a cui come ricordava Emanuele Ottolenghi (Centef) potrebbero in qualche modo partecipare indirettamente anche altri alleati – è ancora un’opzione possibile.
C’è un canale da seguire, suggerisce Laurence Norman, giornalista del Wall Street Journal espertissimo di Iran, ed è quello che la Turchia sta cercando di facilitare: il ministro degli Esteri iraniano è adesso ad Ankara, mentre il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha parlato al telefono con l’omologo iraniano, Massoud Pezeshkian, perché vorrebbe facilitare una conversazione (per ora telefonica) a tre, con Donald Trump.
Peace-dealer o regime change?
Trump, che ha un rapporto personale con Erdogan e tiene molto alla propria immagine di peace-dealer, potrebbe essere disposto a parlarne. Resta però il nodo centrale: quanto potere reale ha Pezeshkian all’interno di un sistema teocratico sottoposto a uno stress test estremo, dopo nuove proteste represse nel sangue da un regime che percepisce in gioco la propria sopravvivenza?
La dimensione interna è cruciale. Secondo fonti statunitensi citate da Reuters, la Casa Bianca avrebbe discusso la possibilità di creare le condizioni per un “regime change” dopo la repressione che ha schiacciato un movimento di protesta nazionale, causando migliaia di morti. In questo quadro, Pezeshkian può davvero rappresentare una chiave di accesso al sistema iraniano, oppure è solo una figura marginale rispetto al nucleo duro del potere? L’alternativa, sempre più evocata nei dibattiti occidentali e israeliani, è quella di colpire direttamente le infrastrutture militari iraniane per indebolire il regime.
La risposta di Teheran è stata netta. Un consigliere politico della Guida Suprema ha dichiarato pubblicamente che l’idea di un “attacco limitato” è un’illusione: qualsiasi azione militare statunitense verrebbe considerata l’inizio di una guerra totale, con una risposta immediata, senza precedenti, e diretta anche contro Tel Aviv e contro tutti coloro che sostengono l’aggressore. Se questo scenario rappresenta una minaccia esistenziale per la Repubblica islamica, lo è ancora di più per le organizzazioni che gravitano nella sua orbita.
Il ruolo dei proxy
Il caso più delicato resta quello libanese. Hezbollah sta pagando il prezzo elevatissimo di un processo di disarmo che rischia di tradursi in un collasso politico. che sta subendo il peso elevatissimo di un processo di disarmo che potrebbe produrre un suo collasso politico, come scrive su Haaretz l’analista di affari mediorientali Zvi Bar’el. Alcuni parlamentari libanesi legati all’organizzazione hanno già espresso pubblicamente la disponibilità alla ritorsione nel caso di un attacco contro l’Iran: Israele sarebbe il primo obiettivo, ma nel mirino finirebbero anche le basi statunitensi nella regione.
Le valutazioni del centro di ricerca Alma Research and Education Center aggiungono un elemento di complessità: nonostante i danni subiti e le perdite nella leadership, Hezbollah sta recuperando a ritmo significativo. Disporrebbe ancora di fino a 25.000 razzi e missili, di una capacità di lancio giornaliera elevata, di un arsenale droni in crescita e di decine di migliaia di combattenti. L’unità Radwan, pur colpita, è in fase di ricostituzione. In altre parole, Hezbollah resta in grado di inserirsi in uno scontro regionale più ampio, se e quando Teheran dovesse prendere una decisione strategica in tal senso.
In Iraq, il tono è ancora più esplicito. Kataib Hezbollah e Harakat al-Nujaba’a trattano un eventuale attacco statunitense all’Iran come una certezza più che come una possibilità, invitando apertamente volontari a unirsi alle loro file per difendere la Repubblica islamica e organizzando reti di reclutamento in numerose città irachene. Il progetto Critical Threats dell’American Enterprise Institute conferma che diversi membri dell’Asse della Resistenza – inclusi Hezbollah, gli Houthi e le milizie irachene filo-iraniane – hanno minacciato ritorsioni in caso di un’azione americana. Questi attori stanno osservando con attenzione il dibattito in corso nei media occidentali e israeliani sulle difficoltà di sostenere un conflitto prolungato in Medio Oriente e sembrano intenzionati a sfruttare tali esitazioni, segnalando la loro disponibilità ad ampliare il fronte.
Focus Houthi
È però nel dominio marittimo che questa convergenza diventa più concreta. Nel momento in cui il settore dello shipping valuta un ritorno prudente al Canale di Suez dopo due anni di deviazioni nel Mar Rosso, la combinazione di nuove minacce Houthi e di un rafforzamento militare statunitense rischia di far saltare ogni fragile speranza di stabilizzazione. Martin Kelly di EOS Risk Group, spiega come la macchina propagandistica Houthi è stata riattivata, con la diffusione di video “raggelanti” che mostrano attacchi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, accompagnati da una sola parola: “soon”. Figure pro-Houthi hanno dichiarato esplicitamente la loro solidarietà con l’Iran in caso di attacchi americani o israeliani, mentre il portavoce ha ribadito la disponibilità dello Yemen a schierarsi al fianco di qualsiasi Paese arabo o islamico colpito.
Il contesto non potrebbe essere più sfavorevole. L’attacco missilistico del gennaio 2024 contro la petroliera Marlin Luanda – colpita nel Golfo di Aden e salvata solo grazie all’intervento di forze navali statunitensi, francesi e indiane – resta un punto di svolta nella crisi del Mar Rosso. Dal novembre 2023, oltre cento navi mercantili sono state prese di mira: alcune affondate, altre sequestrate, con vittime tra i marittimi. Nemmeno il cessate il fuoco a Gaza dell’ottobre 2025 è riuscito a riportare una normalità duratura. Oggi, la riattivazione delle minacce Houthi coincide con il visibile buildup militare americano: gruppi portaerei, cacciatorpediniere, caccia e sistemi di difesa aerea schierati sotto il comando del Centcom. Trump ha parlato apertamente di un’“armada” diretta verso l’Iran, pur sostenendo di sperare di non doverla usare.
Le conseguenze economiche sono già evidenti. Maersk ha tentato un primo ritorno strutturale a Suez, mentre CMA CGM ha improvvisamente invertito la rotta, riportando alcune delle sue principali linee attorno al Capo di Buona Speranza. Come osservano gli analisti, decisioni così contraddittorie rischiano di minare ulteriormente la fiducia degli operatori, proprio mentre le catene di approvvigionamento avrebbero bisogno di prevedibilità.
IndoMed sotto stress
A completare il quadro arriva un segnale strategico di più ampia portata: secondo fonti iraniane, la Marina di Teheran si prepara a condurre esercitazioni con Cina e Russia nel Mare di Oman e nell’Oceano Indiano. È un promemoria del fatto che il teatro indo-mediterraneo non è più compartimentato. La pressione marittima nel Mar Rosso, la mobilitazione dei proxy regionali, l’instabilità interna iraniana e il coinvolgimento delle grandi potenze si stanno saldando in un’unica dinamica di escalation.
Alcuni attori dell’Asse della Resistenza devono ancora fare i conti con vincoli interni che potrebbero limitarne la libertà di azione. Ma nel complesso il segnale è chiaro: la rete iraniana si sta preparando all’impatto. Che la prossima mossa sia diplomatica o militare – o una combinazione delle due – il sistema si comporta già come se una soglia critica fosse stata superata. E come se, una volta varcata, tornare indietro fosse estremamente difficile.















