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Perché quella a Davos per Trump non è una missione diplomatica tradizionale. La versione di D’Anna

Trump che fare? Fra tanti rischi e pesanti conseguenze, la crescente ostilità del presidente Usa sta compattando come mai prima l’Europa, accelerandone l’integrazione. Ma basterà per fronteggiare la tempesta in arrivo? Una prima risposta si attende da Davos. L’analisi di Gianfranco D’Anna

White House we have a problem, metaforicamente questa volta la chiamata non viene dagli astronauti nello spazio ma da un’America sconvolta e mortificata per il loro Presidente ormai fuori controllo. L’Artico é a tutti gli effetti l’iceberg delle mattane che meglio rappresentano la sindrome in progress di Trump. Giorno dopo giorno, i titoli dei giornali americani riflettono sconforto, incertezza e desolazione ed oscillano da “Il dollaro e le azioni statunitensi crollano” del Financial Times a “Trump sta spingendo l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sull’orlo del baratro” del New York Times. “Cosa comporterà per l’economia americana la rottura con l’Europa?” si chiede invece il Wall Street Journal.

Il primo Papa americano della storia mette sotto esame il ruolo morale dell’America di Trump, evidenzia il Washington Post in un articolo sulla quasi scomunica del tycoon da parte dei tre cardinali statunitensi Blase Cupich, Robert McElroy e Joseph Tobin. “Non mi date il Premio Nobel e io vi strappo la Groenlandia” é il senso degli imbarazzati commenti della stampa americana. Il contesto internazionale, rappresentato dalle innumerevoli sfide simultanee dall’Iran al Venezuela, dalla Cina al Canada, esula però dal we have a problem allegoricamente rivolto alla Casa Bianca che riguarda essenzialmente le preoccupazioni dei cittadini americani.

Industriali e farmer, azionisti e investitori della Deep America stanno realizzando che, come afferma lo scrittore Klaus Dodds, “la Groenlandia é il ground zero di un nuovo ordine mondiale di grandi potenze e delle loro sfere di dominio”. Ovvero, tradotto nell’ottica macroeconomica, uno scenario di crisi del dollaro e di contrazione dell’interscambio internazionale. I sondaggi raccontano un Paese stanco, angosciato per il costo della vita e diffidente verso un leader percepito sempre più distante e con un protagonismo incontrollato che logora il consenso e spaventa più i repubblicani che i democratici.

A Davos, dove Trump parlerà in giornata, l’atmosfera é gelida non solo per le temperature. Il primo ministro canadese Mark Carney ha stigmatizzato quella che ha definito la “brutale realtà” delle medie potenze che rischiano di finire “nel menu” se non agiscono insieme contro il bullismo delle superpotenze. Carney ha avvertito che ci si trova nel mezzo di una “rottura”, non di una transizione. Sulla stessa linea, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen hanno preparato il terreno per lo scontro, perché tutto lascia prevedere una ennesima invettiva di Trump.

Per il presidente Usa quella a Davos non é una missione diplomatica tradizionale, ma l’occasione per un intervento di forza volto a imporre una visione del mondo fatta di strepiti degni della haka, la danza della guerra maori, e ciniche strategie contrapposte, dove la cooperazione internazionale é ormai considerata una ipocrisia del passato. In sottofondo, gli unici applausi rivolti a Donald Trump sono quelli russi e soprattutto cinesi. “Long live Trump”, esclamano in inglese a Mosca e Pechino. Lunga vita a chi incredibilmente sta consegnando loro gli Stati Uniti e l’occidente su un piatto d’argento.


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