Il Vinitaly India Roadshow 2026 segna un nuovo passo nella proiezione internazionale del vino italiano come strumento di soft power, nel quadro del rafforzamento dei rapporti tra Roma e New Delhi. Per Adolfo Rebughini, general manager di Veronafiere, Vinitaly è ormai una piattaforma che integra business, istituzioni e diplomazia culturale, accompagnando l’apertura del mercato indiano e il negoziato UE–India sul libero scambio
New Delhi – Il Vinitaly India Roadshow 2026 prende il via da New Delhi dentro una cornice ampia: il vino e la sua filiera come fattore strutturale di soft power per un Paese storicamente vitivinicolo come l’Italia, primo produttore mondiale, che trova nel settore agrifood uno degli elementi di proiezione e riconoscibilità internazionale. È in questo quadro che si inserisce l’attenzione crescente verso l’India, mercato ancora giovane ma sempre più rilevante, sia per il numero dei consumatori coinvolti, sia nel contesto più specifico del rafforzamento dei rapporti tra Roma e New Delhi osservato negli ultimi tre anni.
I numeri aiutano a inquadrare la dimensione del fenomeno: nel 2023 il valore dell’import di vino in India è stato pari a 30,5 milioni di dollari, secondo l’Osservatorio Uiv–Vinitaly, una quota limitata nel commercio mondiale, ma accompagnata da un tasso di crescita medio annuo del 12% (al netto della parentesi Covid). In questo scenario l’Italia cresce al 14%, sopra la media del mercato.
È su questo scarto – tra dimensione ridotta e potenziale – che si innesta il Roadshow organizzato da Veronafiere con l’Italian Trade Agency e la collaborazione dell’ambasciata italiana in India, guidata da Antonio Bartoli. Alla tappa indiana – parte di un percorso di internazionalizzazione intrapreso da Vinitaly – partecipano oltre 30 aziende: 8 nella collettiva ITA, 9 del Consorzio Tutela Vini Valpolicella e 13 in forma diretta. L’obiettivo operativo è incontrare più di 200 importatori, distributori e operatori Horeca, ma anche selezionare buyer da invitare alla prossima edizione di Vinitaly (a Verona, dal 12 al 15 aprile 2026).
La cornice, però, è più ampia del business immediato. “Il vino non è soltanto un elemento commerciale, ma certamente un vettore di relazioni culturali, dunque internazionali, e possiamo tranquillamente parlare di diplomazia del vino”, spiega Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere. “Negli ultimi anni Vinitaly si è evoluto da marketplace di domanda e offerta in una piattaforma che unisce produttori, territori, filiere commerciali e istituzioni nazionali: da qui lo spirito di spingerci oltre, verso una dimensione sempre più internazionale”.
È una trasformazione che riflette un cambiamento di contesto. “Abbiamo sempre più caratterizzato Vinitaly come uno spazio in cui il mondo del vino dialoga con le istituzioni”, osserva Rebughini, richiamando l’esperienza dell’ultimo Vinitaly a Verona, con la partecipazione di due commissari europei impegnati su temi che vanno oltre l’acquisto del prodotto: salute, agricoltura, economia circolare, indotto. “Il vino diventa una chiave per leggere relazioni economiche più complesse”. E in un momento in cui economia e geopolitica sono sempre più interconnesse, anche il vino finisce all’interno di questo schema.
L’India rientra in questa logica come mercato giovane, ma geopoliticamente centrale. “Questa è la nostra quarta missione nel Paese”, racconta Rebughini: “Abbiamo preceduto le tappe di Delhi e Goa con una serie di preview per preparare il mercato e accompagnare un avvicinamento più strutturato”. Un processo che, secondo il direttore generale, si inserisce nel quadro dei negoziati per l’accordo di libero scambio Ue–India. “L’FTA è un fattore di fluidificazione”, afferma Rebughini: “Ridurre barriere tariffarie e fiscali è decisivo, e la firma del 27 gennaio sull’accordo sarà fondamentale per i nostri e molti altri prodotti”.
Ma c’è di più della dimensione economica-commerciale. “Noi siamo qui anche e soprattutto per fare cultura del vino. Rappresentare l’eccellenza del Made in Italy significa raccontare i territori, la diversità produttiva, la più ampia al mondo, e creare un collegamento stabile tra produzione e territorio”. Da qui l’investimento su formazione e masterclass calibrate su un mercato “ad alto potenziale, ma non ancora sofisticato”, e sullo sviluppo dell’enoturismo attraverso Vinitaly Tourism.
I numeri globali spiegano il razionale di lungo periodo. Secondo IWSR, il valore del vino al consumo in India supera oggi i 415 milioni di dollari e dovrebbe oltrepassare i 520 milioni entro il 2028. L’Italia è oggi il quarto fornitore, dietro Australia, Francia e Singapore, ma con dinamiche di crescita tra le più elevate.
Il Roadshow di New Delhi è entrato nel vivo oggi, 16 gennaio al Taj Palace, con incontri B2B, degustazioni e due masterclass: una dedicata allo spettro produttivo italiano – dal Prosecco alle varietà autoctone – e una ai grandi territori del rosso. A guidarle è Sonal C. Holland, prima e unica Master of Wine indiana. La tappa si chiude con una cena all’Ambasciata d’Italia. Il 18 gennaio il format si sposta a Goa, prima di proseguire il calendario estero 2026 in Norvegia, Polonia e Cina.
Sul fondo resta una considerazione chiave: in India il vino non è ancora un mercato di volumi, ma è già uno strumento di posizionamento. Una leva leggera, ma coerente, che accompagna la più ampia strategia italiana di presenza economica, culturale e diplomatica nel subcontinente. Una presenza che proiettata sul versante indiano segna l’asse dell’Indo-Mediterraneo, marcato da progetti futuristici come Imec così come da iniziative di ricostruzione storica come il viaggio della INSV Kaundinya, riproduzione delle antiche navi indiane del V Secolo, arrivata in Oman, appena visitato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come prima tappa del tour asiatico che la sta portando in Giappone e Corea del Sud.
















