Il presidente americano incontra alla Casa Bianca i vertici delle major petrolifere americane e non solo, nel tentativo di convincere i manager a investire fino a 100 miliardi per rilanciare l’industria del greggio nel Paese sudamericano. Presente anche l’Italia con Eni. Obiettivo, farcela laddove la Cina ha fallito
Quando, nel primo pomeriggio americano di venerdì, i manager a capo delle grandi compagnie petrolifere americane hanno varcato la soglia della Casa Bianca sapevano esattamente cosa aspettarsi. Una richiesta, formale, di impegno per il rilancio dell’industria del greggio in Venezuela. Sotto forma di investimento da 100 miliardi di dollari. Il campo, d’altronde, era già stato sminato a dovere, con alcune dichiarazioni dello stesso Donald Trump, rese a poche ore dall’incontro con i numero uno delle quattordici compagnie americane.
Chiamate a fare quello che, finora, non è riuscito alla Cina che di miliardi in Venezuela ne ha investiti una sessantina: rendere una volta tanto efficaci le infrastrutture e i pozzi sudamericani, sotto i quali si celano un quinto delle riserve di petrolio dell’intero globo. Solo che ne produce e ne esporta pochissimo, proprio per la scarsa avanguardia dei mezzi di estrazione e raffinazione. In altre parole, nonostante gli immensi giacimenti nel sottosuolo, il Venezuela è incapace di estrarre e mettere il greggio nei barili.
Se negli anni ’70 Caracas produceva 3 milioni e mezzo di barili al giorno, oggi non si arriva al milione. Il risultato è che la manutenzione cala, gli impianti si degradano e la produzione inizia lentamente ma inesorabilmente a crollare. Senza un sistema industriale solido, senza una filiera che funzioni dall’inizio alla fine, anche la più grande riserva del pianeta resta solo un potenziale inespresso. Morale, servono soldi, tanti, per invertire la rotta. La Cina ci ha provato, ma le cose non sono andate come a Pechino si immaginava.
Ora gli Stati Uniti hanno una possibilità, sempre che prima si abbozzi un qualche futuro politico del Paese fino a una settimana fa governato dalla dittatura para-socialista di Nicolas Maduro. Trump, in un’intervista su Fox News ha dichiarato che i dirigenti delle compagnie petrolifere dovranno investire almeno 100 miliardi di dollari in Venezuela. Compagnie tra le quali figura anche l’Italia, presente all’incontro con Eni e il suo ceo, Claudio Descalzi.
Il concetto è stato ribadito anche in un post pubblicato dal presidente su Truth Social, venerdì mattina presto, quando ha scritto: “Almeno 100 miliardi di dollari saranno investiti dalle grandi compagnie petrolifere, con i cui rappresentanti mi incontrerò oggi alla Casa Bianca”. Poi, come a voler fare breccia negli animi delle big oil, un post su Truth. “Gli Stati Uniti e il Venezuela stanno lavorando bene insieme per la ricostruzione, in forma molto più grande, migliore e più moderna, delle loro infrastrutture petrolifere e del gas. Fatelo per il vostro Paese”.
E pensare che i vertici delle compagnie che hanno preso parte all’incontro (a cui hanno partecipato il segretario all’Energia, Chris Wright e il segretario degli Interni, Doug Burgum) avevano accolto con un mix di sospetto e freddezza le parole di Trump. Prima di mettere mano al portafoglio e ricominciare a trivellare, era il messaggio trapelato dalle major del greggio, bisognerebbe abbozzare vere riforme politiche per il Venezuela, ma soprattutto garanzie legali che proteggano gli investimenti nel Paese sudamericani. Memori, forse, del fatto che i rovesciamenti di governi in stati ricchi di petrolio, come Libia e Iraq sono finiti in guerre civili. Riuscirà Trump a convincerli?
















