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Grandi speranze, pochi risultati. La promessa mancata dell’Intelligenza Artificiale russa

Dall’ambito militare a quello “nazionalistico”, l’Intelligenza Artificiale continua a rappresentare per Mosca una tecnologia chiave. Ma, nonostante l’importanza datale, la Russia risulta essere indietro in questo settore. E deve ricorrere a soluzioni poco chiare

“Chiunque sia leader nell’Intelligenza Artificiale dominerà il mondo”, diceva nel 2017 il presidente russo Vladimir Putin, suggerendo implicitamente che Mosca si sarebbe gettata con grande slancio nella corsa all’emergente tecnologia. A quasi dieci anni di distanza, però, la situazione non sembra essere delle più ottimistiche per il Cremlino, come evidenziato dalla fotografia fornita dal Global AI Index 2024 di Tortoise Media, in cui la Federazione Russa si classifica al 31° posto su 83 Paesi in termini di implementazione, innovazione e investimenti nell’Intelligenza Artificiale. Ben distante dagli Stati Uniti e dalla Repubblica Popolare Cinese, attori che Mosca considera suoi pari sul piano internazionale, che in questa graduatoria detengono rispettivamente il primo e il secondo posto. Emblematico il fatto che, mentre i leader globali del settore operano su chip di ultima generazione a 3 nanometri, la roadmap industriale russa preveda di raggiungere solo entro il 2030 la capacità di produrre semiconduttori a 28 nanometri, una tecnologia già obsoleta da oltre un decennio.

Ma questa difficoltà non sembra scoraggiare Mosca, come mette chiaramente in luce Leonid Sokolov nella sua analisi per la Jamestown Foundation. Anzi, per colmare questo gap, il Cremlino fa ampio ricorso a canali grigi e al contrabbando tecnologico. Un esempio è quello della piattaforma “Delta Sprut Xl”: presentata nel dicembre 2025 come la più potente soluzione di IA mai sviluppata in Russia, essa è basata su processori Intel Xeon e acceleratori Nvidia H200, entrambi soggetti a rigide restrizioni all’export nel territorio della Federazione. Anche i dirigenti del settore hanno ammesso apertamente questa dipendenza, rivendicando come unico margine di “sovranità” l’ingegneria di sistema e l’assemblaggio architetturale, piuttosto che la produzione dei componenti chiave. Ne risulta un modello di autosufficienza solo nominale, che poggia in realtà su una supply chain clandestina impossibile da scalare su larga scala.

Nonostante il ritardo, dunque, Mosca continua ad avere grandi ambizioni sull’IA. Soprattutto in ambito militare. Nel dicembre 2025 è stato finalizzato il nuovo Programma Statale di Armamenti per il periodo 2027–2036 (Gpv 2027–2036), che attribuisce all’Intelligenza Artificiale un ruolo centrale nell’evoluzione delle forze armate russe, dalle forze nucleari strategiche alle capacità spaziali, e ancora dai sistemi di difesa aerea alle comunicazioni, alla guerra elettronica, ai sistemi di comando e controllo e alle piattaforme senza equipaggio. Una particolare enfasi, sottolinea Sokolov, viene posta sull’automazione dei processi decisionali, sull’impiego di sistemi robotici “economici e sacrificabili” e sull’uso della machine vision per superare le contromisure di guerra elettronica.

Ma accanto alla dimensione militare, l’IA è diventata per il Cremlino anche un terreno di scontro ideologico. Negli ultimi anni, figure influenti del mondo politico e tecnologico russo hanno insistito sulla necessità di sviluppare un’IA “nazionale” capace di difendere la Russia dall’egemonia culturale e tecnologica occidentale. Durante una riunione del Consiglio Presidenziale per la Società Civile e i Diritti Umani nel dicembre 2025, l’imprenditore Igor Ashmanov ha messo in guardia contro l’uso di modelli linguistici occidentali da parte dei funzionari pubblici, sostenendo che ciò comporterebbe una fuga inevitabile di informazioni sensibili. Lo stesso Putin ha fatto proprie queste preoccupazioni, ribadendo che l’adozione dell’IA è irreversibile ma deve avvenire sotto stretto controllo statale. Su posizioni ancora più radicali si è collocato l’ideologo Konstantin Malofeev, che ha invocato la creazione di un’IA russa addestrata sul Domostroi (testo di riferimento dell’ortodossia russa) e sulle opere di Aleksandr Dugin, oltre all’istituzione di una sorta di “servizio speciale di Internet” garantire la cosiddetta “sovranità cognitiva”. In questa visione, l’IA non è solo uno strumento tecnologico o militare, ma un mezzo per modellare la società e rafforzare il controllo politico interno, anche a costo di affidarsi, in modo contraddittorio, a tecnologie occidentali che l’ideologia ufficiale dichiara di voler respingere.


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