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Purghe, purghe, purghe. Xi Jinping e la stretta finale sull’esercito

L’indagine contro Zhang Youxia e Liu Zhenli segna la purga più alta mai vista nel PLA sotto Xi Jinping, concentrando nelle mani del leader cinese il controllo diretto delle forze armate. Dietro la retorica anticorruzione emergono problemi di lealtà, performance militare e credibilità della modernizzazione del PLA, con possibili effetti sulla postura di Pechino verso Taiwan

L’indagine avviata contro Zhang Youxia, primo vicepresidente della Commissione Militare Centrale (Cmc), segna uno spartiacque senza precedenti nella storia politica e militare della Cina sotto Xi Jinping. Mai prima d’ora un ufficiale di rango così elevato – di fatto il comandante operativo dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla) e numero due della catena di comando – era stato colpito da una purga formale per “gravi violazioni della disciplina e della legge”, formula che nel lessico del Partito comunista cinese indica corruzione, slealtà politica o entrambe.

L’inchiesta coinvolge anche Liu Zhenli, capo del Dipartimento di Stato Maggiore Congiunto della CMC, responsabile della prontezza operativa e della pianificazione militare. La rimozione simultanea di queste due figure riduce la Commissione al suo assetto più ristretto di sempre, lasciando Xi come unico vertice operativo, affiancato solo dal commissario politico Zhang Shengmin, a capo dell’apparato anticorruzione militare. Un’anomalia istituzionale che, secondo diversi analisti, non può essere sostenuta a lungo senza nuove nomine.

Formalmente, l’operazione si inserisce nella campagna anticorruzione avviata da Xi sin dal 2012. Nella sostanza, però, il caso Zhang rappresenta un salto di qualità. Il generale, 75 anni, non era solo un veterano con esperienza di combattimento – maturata durante la guerra sino-vietnamita del 1979 – ma anche uno dei pochi esponenti della cosiddetta élite dei “principini”, figli di rivoluzionari della prima generazione. Le sue relazioni personali con Xi, costruite su un comune retroterra familiare e regionale, lo avevano reso per anni un pilastro del processo di modernizzazione del People’s Liberation Army, dalle riforme strutturali alla riorganizzazione dei comandi congiunti, fino all’integrazione di nuove tecnologie.

Proprio questa centralità rende la sua caduta politicamente significativa. Se nelle purghe precedenti l’attenzione si era concentrata su settori specifici – come la Rocket Force o i dipartimenti per gli armamenti e la logistica – ora l’intervento colpisce il cuore della pianificazione operativa. Non è un dettaglio secondario: Zhang e Liu erano direttamente responsabili della trasformazione del PLA in una forza “combat-ready”, in linea con l’obiettivo indicato da Xi di rendere credibile un’opzione militare su Taiwan entro il 2027.

In questo senso, l’indagine va letta anche come segnale di insoddisfazione per i risultati raggiunti. Secondo analisti statunitensi e indo-pacifici, le riforme hanno migliorato l’addestramento di base e alcune capacità combinate, ma l’integrazione interforze resta incompleta, costosa e lenta. La corruzione può emergere nel corso delle indagini, ma il nodo centrale sembra essere la performance: l’incapacità, percepita o reale, di tradurre investimenti e ristrutturazioni in una prontezza operativa coerente con le ambizioni strategiche della leadership.

Le implicazioni sono molteplici. Sul piano interno, la purga rischia di minare la coesione e il morale del corpo ufficiali, rafforzando l’idea che la fedeltà politica prevalga sulla competenza professionale. Nel breve periodo, questo può consolidare il controllo personale di Xi; nel medio-lungo, però, può indebolire la qualità del processo decisionale militare e aumentare l’avversione al rischio tra i comandanti.

Sul piano strategico, il messaggio è duplice. All’interno, Xi dimostra di essere disposto a sacrificare anche alleati storici pur di eliminare ogni potenziale centro autonomo di potere. All’esterno, la mossa introduce un elemento di incertezza: un PLA in fase di transizione ai vertici potrebbe risultare meno prevedibile, ma non necessariamente meno assertivo. Anzi, la necessità di riaffermare credibilità e deterrenza potrebbe spingere Pechino a compensare le turbolenze interne con posture più muscolari nel Mar Cinese Meridionale o attorno a Taiwan.

Molto dipenderà ora dalle nomine che seguiranno. Se Xi opterà per figure eminentemente politiche, il segnale sarà quello di una militarizzazione sempre più subordinata al Partito. Se invece emergeranno tecnocrati con solide credenziali operative, Pechino cercherà di rassicurare sulla continuità del progetto di modernizzazione. In entrambi i casi, l’episodio conferma una tendenza chiara: il controllo del PLA è diventato il fulcro della stabilità del sistema di potere cinese, anche a costo di stressarne le fondamenta istituzionali.


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