“Fuori dalle spire capziose di dibattiti dottrinali, in accademiche querelles di antico e moderno, di moderno e antimoderno, di occidente e di oriente, oggi va costruita una cultura che sappia leggere il moto storico per non subire, ma in consistente misura dominare, il futuro del mondo”. Francesco Nicotri ricorda Francesco Paolo Casavola, presidente della Corte costituzionale tra il 1992 e il 1995, scomparso nei giorni scorsi a 94 anni
“Il maestro è un costruttore che riallaccia fili dispersi in modo nuovo; è un filo a sua volta, cioè uno che cerca di essere e creare una continuità”.
Quest’immagine di “Maestro” (di “virtù civili”) tra le altre tratteggiate da Gustavo Zagrebelsky, nel suo “Mai più senza maestri” (Il Mulino, 2019), pare ben attagliarsi alla personalità del professore Francesco Paolo Casavola, Presidente emerito della Corte costituzionale, scomparso il 3 gennaio 2026.
Una premessa è d’obbligo: chi scrive non è stato suo allievo, non ha avuto alcuna occasione di incontro in ragione dei molteplici incarichi istituzionali ricoperti, soltanto una breve ma intensa conversazione su – direbbe il Melville di Moby Dick – “quei mille fili invisibili” a cui sono collegate le nostre vite.
Al centro di quel dialogo ci fu la sua esperienza di impegno civile nell’associazionismo cattolico – la frequentazione in gioventù della Fuci e poi la presidenza nazionale del Meic – con il suggerimento a recuperare e leggere “In ascolto della storia” (Edizioni Studium, 1984) in cui è condensato “l’itinerario dei Laureati cattolici” dal 1932 al 1982, che ha avuto un denominatore comune: “Fare dell’intelligenza un mezzo di unità sociale” (G. B. Montini).
Il testo, che raccoglie gli atti di un incontro di studio, si apre con un’introduzione e con un contributo finale del prof. Casavola. In quest’ultimo, intitolato “Gli itinerari dell’intelligenza”, il giurista affermava – parole che, seppur da contestualizzare, sono ancora di grande attualità: “Fuori dalle spire capziose di dibattiti dottrinali, in accademiche querelles di antico e moderno, di moderno e antimoderno, di occidente e di oriente, oggi va costruita una cultura che sappia leggere il moto storico per non subire, ma in consistente misura dominare, il futuro del mondo. Se una tale cultura è richiesta dai tempi, si concorra da ogni parte a contribuirvi, con più erasmiana liberale tolleranza, con concordia. I cristiani hanno la loro pietra d’angolo per un tale edificio (…) citando Giovanni Paolo II, il fine di una nuova pandemia è che l’uomo sappia essere essere di più non solo con gli altri, ma anche per gli altri”.
Nella prefigurazione di tale “impegno culturale, per un uomo più umano”, c’era anche il riferimento alla politica, con l’auspicio che essa tornasse ad “essere sollecitudine per il bene comune”. In proposito, si consiglia la lettura di “Politica educata. Per la formazione civile in Italia” (editrice a.v.e., 1989). Pure in questo volume, curato insieme a Gianluca Salvatori, emerge la sua “attenzione interiore” (anch’essa formula montiniana).
In particolare, nell’introduzione ha offerto una lezione sulla politica come “l’arte stessa di vivere, la vita buona, nella comunità degli uomini”, mettendo in luce come l’educazione alla politica – che “parte dal senso comune, dall’esperienza di tutti” – sia da intendersi al servizio del “rimettere il timone della storia nelle mani degli uomini, toglierlo ai miti, alle false divinità, ai superuomini, al popolo eletto, alla razza pura, al proletariato, al partito, alla nazione, alla scienza, alla tecnocrazia”.
È proprio vero che “l’autentico maestro si riconosce immediatamente dalla sua trasparenza” (Luigi Alici), come avvenuto nel colloquio (a margine di un evento pubblico) qui richiamato – espressione di una fedeltà piena a quell’esortazione che Paolo VI rivolse (l’8 dicembre 1965) ai più giovani (ma, vale anche per i non più giovani) alla chiusura del Concilio Vaticano II: “Costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!”.















