Il libro di Antonio Perrone, “Perché Roma è nata a Roma”, edito dalla Scorpione Editrice, ci fa scoprire che quella che di lì a qualche secolo diventerà la Caput mundi non è sorta dall’aggregazione dei villaggi vicini, la vecchia confederazione del Septimontium, (o almeno non solo da quella), ma grazie alla sua posizione “nodale” di un itinerario pedonale e il fiume Tevere
La questione delle origini di Roma è da sempre argomento di appassionati dibattiti. La sua fondazione ci è stata raccontata, con divizia di particolari, da molti poeti e storici romani, primo fra tutti Tito Livio, che, all’inizio della sua monumentale opera Ab Urbe condita, sentiva la necessità di ricordare che la paternità divina del suo fondatore rispondeva alla “licenza di nobilitare le origini delle città mescolando l’umano col divino; e se v’è un popolo cui si deve consentire di divinizzare le proprie origini e di attribuirne la causa prima agli dei, il popolo romano ha tale gloria militare, che le genti accettano di buon animo questa sua debolezza così come ne accettano il dominio”.
Al di là delle ricostruzioni mitologiche, storicamente la fondazione di Roma dovrebbe essere avvenuta come la leggenda ce l’ha tramandata, considerato che la fondazione di una città, nell’antichità, era considerato un atto importante e che veniva compiuto secondo un rituale ben definito. Soltanto a questa condizione la città nasceva veramente, perché “la città antica, come ricorda Raymond Bloch, era un essere vivente, soggetto a nascita, sviluppo e morte, che non avrebbe trovato appoggio presso la divinità se tutti i precetti di rito non fossero stati osservati al momento della fondazione”.
Riconosciuto il carattere sacro della sua fondazione, perché la Città eterna è sorta proprio in un luogo che, secondo Theodor Mommsen, “è meno salubre e meno fertile di quello del maggior numero delle antiche città latine”? Perché il luogo dove sarebbe sorta Roma era “il punto di incontro tra un’importante strada continentale che, passando per il Ponte Sublicio, univa Etruria e Campania, e quella via fluviale rappresentata dal Tevere, che era solcata nei due sensi dalle barche dei commercianti”. Il fiume Tevere e il suo primo ponte che l’attraversava, il ponte Sublicio appunto, costituivano il punto di convergenza nel quale passava gran parte degli scambi commerciali tra le varie regioni italiche.
Allargando ancora di più la prospettiva, come fa il libro di Antonio Perrone, “Perché Roma è nata a Roma”, edito dalla Scorpione Editrice, scopriamo che quella che di lì a qualche secolo diventerà la Caput mundi non è sorta dall’aggregazione dei villaggi vicini, la vecchia confederazione del Septimontium, (o almeno non solo da quella), ma grazie alla sua posizione “nodale” di un itinerario pedonale e il fiume Tevere. Ipotesi suggestiva, se si pensa che il sentiero che attraversava il nuovo insediamento, la cui fondazione gli storici fanno risalire all’VIII secolo a.C., veniva da lontano e alla luce degli strumenti messi a disposizione dall’archeologia e dalla moderna cartografia.
Tutti gli autori concordano, ricorda Perrone nell’introduzione al volume, nell’attribuire le ragioni della fondazione al reticolo di strade che si dipanava intorno al Tevere e nelle circostanti campagne etrusche, laziali e campane. Nonostante ciò, rimane sempre il mistero del perché questo reticolo di strade vedesse il suo asse principale convergere diritto, da Terracina a Roma, per poi interrompersi non in una zona salubre, ma in un acquitrino come quello situato ai piedi del Palatino. “Occorreva esaminare il sito di Roma non con una lente di ingrandimento che ne esaltasse i particolari, ma era indispensabile guardare l’area con un grandangolo che offrisse un’ampia veduta d’insieme”.
Così, quella che sarebbe stata la Via Appia, appariva collegare terre più lontane del Lazio e della Campania. Proveniva da sud-est, dalla Magna Grecia. La sua direttrice “tendeva verso le civiltà orientali, cretese, micenea, egizia, verso la Mezza Luna Fertile”. Aree più attive e vivaci di quanto non fosse allora la porzione occidentale dell’Europa. Alla fine si è giunti a individuare tutta una serie di strade e sentieri pedonali che un ipotetico viaggiatore avrebbe potuto percorrere, quello che in epoca storica sarebbe diventato il Mar Mediterraneo.
Come ricordano gli studiosi, non possiamo pensare alla preistoria del Mediterraneo come a un’era senza uomini, senza commerci, senza movimenti. “È tutto un reticolo di strade e di rotte che sono state percorse dalle merci come i metalli, il vasellame, le spezie, le granaglie e i tessuti, ma sono state percorse anche dagli usi, dai costumi, dalle tecniche, dalla cultura, dalle credenze religiose, dagli stili architettonici o dai modelli dei manufatti”.
Occorre anche tener presente che i sentieri pedonali, anche di lunga percorrenza, si sono andati formando in un’epoca in cui la navigazione non era affatto matura, per cui non esisteva una correlazione diretta fra mare e terra. L’affermazione di carattere generale, su cui si basa il libro di Perrone, che si possa individuare un antico sentiero protostorico pedonale che faceva il periplo del Mediterraneo e che “a cagione di esso” sia sorta la città di Roma, è senza dubbio un’ipotesi originale. Un’ipotesi che, anche se argomentata e documentata, “non può ignorare il fatto che tutto possa essere avvenuto per una mera coincidenza, una sorta di Roma nata lì per caso, al centro di tante vie, ma non per questo sulla direttrice proposta in questo volume”.
Saranno gli strumenti messi a disposizione dalla moderna archeometria (disciplina che applica tecniche scientifiche per studiare i materiali del passato) che alla fine potrà confermare questa ipotesi, ossia che “esistesse un sentiero o un fascio di sentieri protostorici pedonali che facevano il periplo del Mar Mediterraneo; che lungo questo sentiero si fossero create delle stazioni di posta privilegiate; che vicino a queste stazioni si siano formati alcuni agglomerati urbani sempre più significativi; che tali agglomerati siano diventati città; che una di queste città fosse proprio Roma; e che altre città possano essere state, fra le altre, Narbonne, Montpellier, Arles, Aix, Nizza, Mentone, Ventimiglia, Genova, Pisa, Terracina, Capua, Brindisi, Valona, Edessa, Ilio-Troia”.
L’analisi del territorio e delle emergenze protostoriche, conclude l’autore, non vuole cancellare i miti e le leggende della fondazione della città, non vuole disfarsi di Romolo e Remo, di Rea Silvia, di Faustolo, di Acca Larentia e del Lupercale. “Vuole semplicemente investigare i primi giorni in cui mercanti, portatori e viandanti iniziarono a scegliere sempre più frequentemente gli stessi luoghi di sosta, finendo così per consolidare alcuni insediamenti urbani lungo le principali direttrici del commercio e degli scambi”.
















