Nonostante l’assenza di energia elettrica, le città devastate e il freddo pungente, quest’anno l’economia del Paese invaso dalla Russia quattro anni fa crescerà del 2%, contro l’anemico 0,8% dell’ex Urss. Motivo? Il Cremlino non riesce più a vendere petrolio e gas
Poco più di 2.570 chilometri separano Davos da Mosca. Ma lungo quell’asse immaginario, succedono tante cose e non sempre belle, anzi. Mentre tra le nevi delle Alpi svizzere finanza e politica si interrogano sul senso, l’opportunità e gli esiti dello scontro in atto tra Stati Uniti ed Europa, in Russia si prende piano piano coscienza di una realtà che non piace a nessuno. Vladimir Putin in testa. Nel giorno di Donald Trump al World economic forum, ci sono alcuni numeri che se incrociati possono ribaltare il quadro clinico dell’ex Urss.
Per esempio quelli del Fondo monetario internazionale, che proprio in queste ore ha aggiornato le sue previsioni di crescita per le principali economie del globo. Ebbene, secondo i calcoli dell’Fmi quest’anno il Pil della Russia non andrà oltre lo 0,8%, dopo il già anemico, sempre secondo l’istituzione di Washington, 0,6% dello scorso anno. Numeri che relegano Mosca tra gli ultimi posti nella classifica delle grandi economie. Ma, soprattutto, al di sotto dell’Ucraina che, in termini di danni bellici, ha subito molto più della Russia (in molte città ucraine in questi giorni manca la luce e, di conseguenza, il riscaldamento, con temperature massime che non vanno oltre i -10 gradi).
Sì, perché Kyiv, che sta per incassare dall’Europa circa 90 miliardi di aiuti a valle dell’accordo politico tra i Paesi membri che ha disinnescato l’esproprio coatto degli asset russi, quest’anno dovrebbe crescere addirittura del 2%. Non è fantascienza, ma calcoli precisi. Come si spiega? L’invaso corre più dell’invasore? Sembra quasi avverarsi la profezia dell’economista Volodymyr Vlasiuk che lo scorso ottobre ha candidamente affermato alla Russia restavano 12-18 mesi di finanziamenti per continuare la guerra. E, a tre mesi da quella previsione, i dati dell’Fmi suggeriscono che il tempo stringe.
Ma c’è dell’altro. Nelle ore in cui arrivava dall’Fmi la notizia del conclamato impantanamento dell’economia russa, entrata di diritto nella terra dello zerovirgola, Reuters dava una possibile spiegazione. Le entrate fiscali russe di gennaio derivanti da petrolio e gas crolleranno a fine mese del 46% su base annua, attestandosi a circa 420 miliardi di rubli (5,4 miliardi di dollari), il livello più basso da agosto 2020, quando la pandemia ha schiacciato la domanda globale di carburante. La Russia ha perso quasi tutti i suoi clienti europei dopo che a gennaio si è interrotto il flusso dei gasdotti attraverso l’Ucraina.
















