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Autonomia spaziale europea, istruzioni per l’uso. L’analisi di Bianchi e De Carlo

Di Lucio Bianchi e Maurizio De Carlo

Lo spazio è diventato un’infrastruttura critica del XXI secolo e una misura concreta della potenza geopolitica. Mentre Stati Uniti e Cina accelerano su investimenti, modelli industriali e velocità di schieramento, l’Europa paga ritardi, frammentazione e dipendenza tecnologica. L’accesso autonomo all’orbita, la resilienza delle infrastrutture e la capacità di attrarre capitali privati sono oggi il vero banco di prova. Senza scelte rapide e una governance orientata alla velocità strategica, il rischio è una marginalizzazione difficile da recuperare. L’analisi del generale Lucio Bianchi e del generale Maurizio De Carlo

La corsa allo spazio è stata uno strumento di proiezione geopolitica, dimostrazione di superiorità tecnologica e disponibilità di risorse finanziarie e quindi una misura della potenza di una nazione. Come nella corsa all’oro del XIX secolo, chi è arrivato per primo ha imposto le regole, controllato le rotte, accumulato vantaggi strutturali e tecnologici. Basti ricordare che l’Italia fu la terza nazione, dopo Russia e Usa, a lanciare nel 1964 il satellite San Marco, facendo ben sperare per il futuro. La posta in gioco è cambiata: la questione, oggi, non è se l’Europa sia presente nello spazio, ma se stia accumulando abbastanza “oro strategico”, in termini di infrastrutture, tecnologia e capacità industriale, per non diventare dipendente da chi ha iniziato a scavare prima. In questo scenario, dove Stati Uniti e Cina dominano la corsa tecnologica e industriale, l’Europa rischia di arrivare in ritardo non per mancanza di competenze, ma per indecisione.

Lo spazio come infrastruttura critica del XXI secolo

L’economia moderna dipende in modo sistemico dallo spazio. La realizzazione di infrastrutture permanenti come la navigazione satellitare, l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni sicure e l’accesso autonomo all’orbita, rappresentano asset strategici non sostituibili: sono considerate elementi essenziali per sostenere l’economia di una nazione avanzata, la sua capacità decisionale e quindi i suoi interessi. La loro perdita o degradazione avrebbe effetti immediati inaccettabili. Questi sistemi sono inoltre intrinsecamente dual-use: nati per applicazioni civili, sono oggi essenziali anche per difesa, sicurezza e gestione delle crisi. Il confine tra civile e militare nello spazio è ormai superato, come dimostra l’uso di sistemi Gnss, satelliti Isr e comunicazioni satellitari nei conflitti contemporanei.

Perché Usa e Cina corrono più veloci

In ogni corsa all’oro, vince chi dispone di più capitale, di una filiera integrata e di regole scritte a proprio vantaggio. Lo stesso vale per lo spazio. Il divario tra Europa, Stati Uniti e Cina emerge innanzitutto dal livello degli investimenti. Gli Stati Uniti destinano ogni anno allo spazio tra i 70 e gli 80 miliardi di dollari, considerando Nasa, Dipartimento della Difesa e programmi di sicurezza nazionale, pari a circa 0,2–0,25% del Pil. La Cina, secondo le principali stime occidentali, investe oltre 60 miliardi di dollari annui, con una forte integrazione tra settore civile e militare. L’Europa, sommando contributi Esa e programmi Ue, si colloca intorno ai 7–8 miliardi di euro l’anno, pari a 0,05–0,08% del PIL europeo.

Ma la differenza più rilevante non è nei numeri assoluti, bensì nei modelli industriali. Negli Stati Uniti, lo spazio è sostenuto da un ecosistema in cui Stato, Industria e Finanza operano in modo sinergico. Il caso di SpaceX fa scuola: integrazione verticale, riutilizzabilità spinta, e investimenti oltre 10 miliardi di dollari l’anno nel New Space.

La Cina segue una logica diversa, ma altrettanto efficace: pianificazione centralizzata, economie di scala nazionali, costi industriali ridotti e continuità strategica. L’Europa, al contrario, resta frammentata in prime contractor nazionali e da una disponibilità di capitale privato nettamente inferiore.

Questa fragilità strutturale si riflette nella crisi industriale in atto. Thales Alenia Space ha annunciato circa 1.300 esuberi, di cui oltre 1.000 in Francia (comunicazioni aziendali 2023–2024). Parallelamente, il brain drain verso gli Stati Uniti prosegue: le retribuzioni nel settore spaziale e deep-tech sono 2–3 volte superiori rispetto alla media europea.

Sul piano geopolitico, la competizione si sta polarizzando. Gli Artemis Accords, sottoscritti da oltre 50 Paesi (inclusi Italia, UE e alleati USA), si contrappongono all’architettura alternativa cinese Ilrs (Lunar research station, con Russia, Pakistan, Bielorussia e Serbia). Questa contrapposizione rischia di frammentare lo spazio, costringendo i Paesi emergenti a schierarsi. La partita non riguarda solo la cooperazione scientifica, ma il controllo delle risorse e degli standard futuri, chi arriverà per primo in aree strategiche come il polo sud lunare potrà imporre le sue regole. In questo contesto, l’Europa rischia di partecipare senza incidere realmente sulla definizione delle regole di ingaggio.

L’accesso allo spazio come vulnerabilità strategica

La massima vulnerabilità europea è rappresentata dall’accesso autonomo allo spazio. Tra il 2023 e il 2024 l’Europa ha vissuto un vero e proprio vuoto operativo. L’ultimo lancio di Ariane 5 è avvenuto nel luglio 2023; Ariane 6 ha debuttato solo nel luglio 2024, con oltre quattro anni di ritardo rispetto alla pianificazione iniziale ed adottando un approccio tecnologico già superato da Space X, con recupero nel 2015 del booster del Falcon 9. Per circa un anno, l’Europa è rimasta senza capacità autonoma di lancio orbitale pesante. Il confronto economico è impietoso:

Ariane 62 costa circa 75 milioni di euro per lancio, contro i 62 milioni di dollari di Falcon 9, che beneficia inoltre di una riutilizzabilità ormai superiore a 20 voli per booster. La conseguenza di questa asimmetria è stata una dipendenza forzata. Quattro satelliti Galileo sono stati lanciati con Falcon 9 per un valore complessivo di circa 180 milioni di euro, insieme a missioni scientifiche come Euclid ed EarthCare. Nel 2023 l’Europa ha effettuato 3 lanci orbitali, contro i 109 degli Stati Uniti. Un divario che non misura soltanto la capacità industriale, ma soprattutto la differenza tra chi opera secondo cicli lunghi e chi ha fatto della velocità una leva strategica. La differenza più rilevante non è solo nel prezzo unitario, bensì nella velocità di schieramento: la capacità di lanciare, adattare e rilanciare rapidamente in risposta a esigenze di mercato in continua evoluzione.

Alla luce di ciò, emerge la necessità di ripensare anche i criteri con cui si valuta il successo del procurement spaziale. Accanto alle metriche tradizionali di costo, tempo e prestazioni, diventa essenziale considerare la velocità strategica: quanto rapidamente una capacità rilevante viene resa disponibile rispetto all’evoluzione dell’esigenza e del contesto geopolitico. In molti casi, una soluzione “sufficientemente buona”, disponibile in tempi brevi e migliorabile nel tempo, può risultare preferibile a un sistema teoricamente perfetto, ma operativo quando il contesto è già mutato.

Dipendenza tecnologica e perdita di autonomia

La difficoltà nell’accesso allo spazio si traduce in una vera e propria dipendenza tecnologica. Nel campo delle mega-costellazioni, Starlink ha superato i 9.000 satelliti operativi, mentre il programma europeo Iris² accumula ritardi.

Il caso ucraino ha mostrato come il controllo di infrastrutture spaziali private possa trasformarsi in leva geopolitica immediata e in importanti risultati tattici sul campo. La disponibilità di connettività critica è dipesa da decisioni extra-europee.

Nel medio termine, tecnologie emergenti, dalla propulsione nucleare alle stazioni spaziali commerciali, fino allo sfruttamento delle risorse extraterrestri, rischiano di consolidare un vantaggio strutturale di Usa e Cina, lasciando l’Europa in una posizione subordinata.

Nel frattempo, la Cina sta usando la propria stazione orbitale Tiangong non solo come simbolo di presenza, ma come piattaforma di ricerca applicata. Gli esperimenti in orbita producono decine di risultati brevettabili mirati al trasferimento tecnologico.

Resilienza sotto pressione: satelliti, cyber e vulnerabilità sistemiche

Le infrastrutture spaziali europee sono sempre più esposte a un insieme di minacce fisiche e digitali che ne mettono a rischio la loro resilienza. Galileo, Copernicus ed Egnos sono infrastrutture critiche: una loro compromissione avrebbe effetti immediati negativi su trasporti, energia, finanza, difesa e gestione delle emergenze. Eppure, l’Europa dispone di capacità limitate per proteggerle.

Le vulnerabilità sono molteplici. La congestione orbitale cresce rapidamente: per i prossimi anni si prevede un aumento esponenziale del rischio di collisioni e di produzione di detriti spaziali (Esa Space Debris Office). In questo contesto, l’Europa dipende ancora in larga parte da capacità statunitensi di Space Situational Awareness.

A queste fragilità strutturali si aggiungono minacce, già utilizzate in diversi teatri di crisi, come Jamming e spoofing dei segnali Gnss, i Cyber-attacchi, i test Asat (anti-satellite) che dimostrano come la distruzione fisica di asset orbitali non è più un’ipotesi teorica, ma una capacità operativa reale.

Il programma European resilience from space (Ers), lanciato alla ministeriale Esa del 2025, formalizza l’ingresso della sicurezza spaziale nel perimetro delle politiche europee: per la prima volta l’Europa riconosce esplicitamente che la protezione delle infrastrutture spaziali è una questione di sicurezza, superando di fatto il tradizionale perimetro esclusivamente civile dell’Esa. Il rischio oggi è Strategico e operativo: ovvero che ERS produca capacità secondo cicli lunghi e non allineati ai moderni scenari di conflitto, caratterizzati da rapidità di escalation, ambiguità tra pace e guerra, e uso sistematico di mezzi ibridi come jamming, cyber e interferenze. In un dominio in cui la minaccia evolve velocemente, il rischio di obsolescenza precoce è reale.

Il paradosso è che, mentre l’Europa costruisce un quadro comune di resilienza, gli Stati membri potrebbero dotarsi di proprie capacità di counterspace, con dottrine diverse venendo così meno ad una integrazione reale a livello europeo. Senza velocità di implementazione e interoperabilità operativa, ERS rischia di diventare un programma incapace di esercitare deterrenza proprio nel momento in cui lo spazio si è trasformato in un dominio di competizione.

Frammentazione politica e limiti di governance

Alla base delle vulnerabilità europee nello spazio vi è una frammentazione politica strutturale che incide direttamente sulla capacità di rendere operative le competenze tecnologiche. L’Agenzia Spaziale Europea riunisce 23 Stati membri con priorità divergenti: la Francia privilegia prestigio e autonomia strategica, la Germania punta su eccellenza scientifica ed efficienza dei costi, l’Italia sulla massima partecipazione industriale. Questa eterogeneità si traduce in compromessi continui, decisioni lente e dispersione di risorse.

La situazione è aggravata dalla coesistenza di programmi dell’Agenzia Spaziale Europea, iniziative dell’Unione Europea e programmi nazionali. L’assenza di una regia unica porta alla proliferazione di linee di sviluppo parallele, spesso non coordinate, che generano ridondanze tecnologiche, duplicazioni di capacità, dispersione delle risorse finanziarie e inefficienze temporali. Ne deriva uno spreco di fondi e tempo che riduce l’efficacia complessiva degli investimenti.

La criticità si evidenzia osservando i tempi decisionali. Le conferenze ministeriali Esa si tengono ogni tre anni, con cicli di programmazione lunghi e rigidi; i principali competitor, al contrario, operano su iterazioni frequenti, adattando rapidamente tecnologie, modelli industriali e strategie di mercato. In questa differenza temporale è insito il rischio sistemico europeo: mentre l’Europa delibera, altri consolidano posizioni di fatto difficilmente reversibili. La conseguenza è che il potenziale tecnologico europeo subisce ritardi operativi in un contesto dove la velocità diventa una leva di potere quanto il capitale e la tecnologia.

Se l’Europa perde lo spazio

Se questa traiettoria non verrà invertita, lo scenario sarà chiaro: perdita di sovranità sui dati, erosione progressiva della base industriale e marginalizzazione dalla futura governance dello spazio. Un circolo vizioso in cui la dipendenza genera ulteriore dipendenza, rendendo sempre più difficile recuperare terreno una volta consolidati gli equilibri di potere.

A questo processo si affianca un fenomeno meno visibile ma altrettanto decisivo: il brain drain. Le università europee continuano a formare ingegneri e ricercatori di altissimo livello, ma l’ecosistema industriale e finanziario europeo, in particolare quello italiano, fatica a trattenerli. I migliori talenti vengono assorbiti da attori extra-europei che possono offrire salari, risorse e prospettive di carriera difficilmente eguagliabili.

Il risultato è un ulteriore indebolimento strutturale: la perdita di capitale umano alimenta la dipendenza tecnologica, che a sua volta riduce le opportunità industriali e di ricerca in Europa, accelerando l’esodo dei talenti. In un settore come lo spazio, dove competenze, esperienza e continuità generazionale sono fattori critici, la fuga dei cervelli non è una conseguenza collaterale, ma uno dei principali moltiplicatori del declino strategico.

Le scelte non più rinviabili

I 22,3 miliardi di euro stanziati alla ministeriale Esa del 2025 segnalano una rinnovata volontà politica. Senza scelte difficili, il rischio è che queste risorse si disperdano senza incidere sugli equilibri reali. Il nodo centrale non è solo quanto si investe, ma con quale velocità le capacità vengono rese operative.

L’Europa deve perseguire l’accesso autonomo allo spazio anche nel segmento pesante riutilizzabile. La riutilizzabilità è una condizione necessaria di sovranità. Il dimostratore Themis rappresenta un passo nella direzione giusta, ma l’Europa non disporrà di un sistema riutilizzabile per lanci pesanti prima del 2030. È tardi, ma non è un obiettivo negoziabile. La sfida non è decidere se farlo, ma accelerare drasticamente, concentrando risorse, riducendo duplicazioni e accettando il rischio tecnologico. In un dominio in cui la velocità di schieramento è potere, dipendere da lanciatori extra-europei equivale a cedere il controllo di una leva strategica fondamentale.

Ridurre la frammentazione è necessario, ma attenzione ai falsi campioni. Fusioni forzate e strutture sovradimensionate rischiano di produrre entità poco agili, più attente agli equilibri interni che alla competizione globale. L’ opzione più realistica si riduce ormai a una sola: lasciare che una vera competizione europea selezioni i migliori attori industriali, dimostrando che un modello basato su competizione, performance e capacità di esecuzione è possibile anche in ambito pubblico, oppure puntare su joint venture mirate per progetti specifici, evitando mega-fusioni generaliste. In entrambi i casi, il criterio guida deve essere la capacità di decidere e agire in tempi compatibili con l’innovazione.

Incrementare la spesa pubblica europea nello spazio, rispetto agli attuali 7–8 miliardi di euro l’anno, è necessario ma non sufficiente. La credibilità di una strategia spaziale si misura soprattutto nella capacità di attirare capitale privato, che, in sinergia con l’investimento pubblico, genera la massa critica necessaria per tradurre rapidamente le esigenze strategiche in capacità operative prioritarie.

L’Europa deve quindi aprire sistematicamente i programmi spaziali al finanziamento privato, ridurre l’incertezza regolatoria, garantire mercati di sbocco stabili e prevedibili e adottare contratti orientati alla performance: condizioni essenziali per attrarre capitali e portare efficienza industriale nel processo di sviluppo.

Il problema non è solo industriale, ma sistemico. Servono decisioni rapide, tolleranza al fallimento e un mercato europeo realmente integrato per lanciatori e satelliti. In altre parole, serve una governance orientata alla velocità strategica: la capacità di rendere disponibili soluzioni “sufficientemente buone” quando servono, migliorandole nel tempo, invece di inseguire sistemi perfetti che arrivano troppo tardi.

Finché ogni Stato difenderà il proprio “campione nazionale”, l’Europa resterà divisa e debole. La frammentazione avvelena il sistema; un’integrazione mal progettata rischia di soffocarlo. E allora sarà facile dirsi che lo spazio “non era poi così importante”. Ma sarà una comoda illusione. Perché, nel nuovo ordine geopolitico, la sovranità non appartiene a chi progetta meglio, ma a chi arriva prima.


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