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Stati Uniti-Iran, Washington si prepara all’offensiva? Cosa lo fa pensare

Con l’arrivo della portaerei Abraham Lincoln nell’area di responsabilità del Centcom, gli Stati Uniti disporrebbero di una concentrazione di forze nel Golfo sufficiente per colpire il regime di Teheran. Uno scenario simil-Venezuela, per quanto ancora possibile, appare meno probabile, mentre il ricordo delle conseguenze dell’intervento in Libia contribuiscono a sollevare dubbi sull’opportunità di un attacco contro la Repubblica Islamica

Il 26 gennaio, il gruppo navale della USS Abraham Lincoln è entrato nell’area di responsabilità del Centcom, in prossimità dell’Iran. L’arrivo della portaerei nucleare di classe Nimitz e dei tre cacciatorpediniere di scorta rappresenta solo l’ultimo atto del build-up militare che nelle ultime settimane ha interessato la regione medio-orientale a seguito degli annunci del presidente Donald Trump riguardo la possibilità di un intervento armato in supporto dei manifestanti che da settimane affrontano una dura repressione da parte del regime di Teheran. Mentre in Europa prosegue la discussione circa la designazione delle Guardie della Rivoluzione (Irgc) come organizzazione terroristica, sempre più indicatori segnalano che gli Usa sarebbero pronti a colpire.

La concentrazione di forze nel Golfo

Se al momento del primo annuncio di solidarietà da parte di Trump il dispositivo militare americano nella regione contava una manciata di assetti avanzati (composta prevalentemente da caccia F-15E Strike Eagle), a quasi un mese di distanza la situazione è nettamente cambiata. A bordo della Lincoln si trovano circa cinquemila militari tra marinai e piloti dello stormo imbarcato, che comprende F‑35C, caccia F/A‑18E/F e velivoli Ea‑18G Growler per la guerra elettronica, affiancati da elicotteri Mh‑60R e S per la ricognizione e il supporto operativo. 

In parallelo, gli Stati Uniti hanno inviato ulteriori F‑15E in Giordania e Kuwait e hanno incrementato la presenza di velivoli per il rifornimento in volo, come i KC‑135 e i KC‑46. Sul fronte della difesa missilistica, gli Usa hanno schierato ulteriori batterie Thaad e Patriot in Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, integrandole nel nuovo Middle East Air Defense‑Combined Defense Operations Center (Mead‑Cdoc), inaugurato il 12 gennaio. Negli ultimi giorni, inoltre, è stato registrato un traffico intenso di C‑17 Globemaster III e altri trasporti strategici, tra cui almeno un C-5 Galaxy, verso la regione. Nessuna informazione sul loro carico è stata ancora rilasciata.

Le opzioni militari di Washington

Come fanno notare anche alcuni analisti statunitensi, la quantità e la qualità degli assetti americani nel Golfo è compatibile con la preparazione di attività sia difensive sia offensive, con queste ultime ritenute più probabili. Il combinato disposto dei missili da crociera Tomahawk dei cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke e dei velivoli distribuiti tra le basi a terra e quelli imbarcati sulla Lincoln consentirebbe agli Usa di condurre attacchi in profondità nel territorio iraniano. Inoltre, non si può escludere anche l’impiego di bombardieri strategici B-2, analogamente a quanto accaduto il giugno scorso, con i raid americani sulle infrastrutture nucleari iraniane. Inoltre, il rafforzamento delle batterie anti-aeree nella regione potrebbe indicare che Washington si aspetta una risposta da parte della Repubblica Islamica mediante il suo numeroso arsenale missilistico a medio e lungo raggio. 

Uno scenario simil-Maduro? 

Alcuni commentatori hanno fatto notare che la componente elicotteristica imbarcata sulla Lincoln potrebbe essere impiegata per condurre una serie di operazioni analoghe a quella che ha portato alla cattura di Nicolàs Maduro in Venezuela. Eppure questo particolare scenario appare improbabile in questo caso. Innanzitutto, gli elicotteri e le squadre d’assalto impiegati in Venezuela potevano contare sull’appoggio della USS Iwo Jima, una nave d’assalto anfibio che più si presta al coordinamento di operazioni del genere. Inoltre, non è detto che l’eliminazione o la cattura di singole figure-chiave del regime degli Ayatollah – fosse anche lo stesso Alì Khamenei – avrebbe un qualche effetto risolutivo della crisi. Il sistema di potere iraniano, benché verticale, è trasversale e pensato per resistere anche a campagne di eliminazione mirata delle sue figure apicali. 

Che scenari all’orizzonte?

È molto difficile stimare i possibili effetti di un’operazione di decapitazione della leadership iraniana. Ammettendo che gli attacchi aerei riescano a invalidare le difese aeree di Teheran e a consentire la cattura o l’eliminazione di figure di alto profilo, la Repubblica Islamica manterrebbe ancora il controllo del Paese e delle sue infrastrutture. Un intervento boots on the ground, specie a così breve distanza dall’affaire Venezuela, appare improbabile e sarebbe in netta contraddizione con le nuove linee-guida della Casa Bianca, per non parlare dei malumori (tanto al Congresso quanto nell’opinione pubblica) che esso potrebbe suscitare. Tuttavia, ancora nessuna forza d’opposizione all’interno dell’Iran avrebbe i numeri, le armi e l’organizzazione per contrapporsi ai Pasdaran. Parimenti, l’esercito regolare (Artesh) parrebbe ancora saldamente schierato al fianco del regime. Con una simile situazione di frammentazione interna, le probabilità di una guerra civile a seguito della decapitazione del regime dall’esterno non sono basse. In altre parole, uno scenario analogo a quello della Libia nel 2011, quando le forze aeree della coalizione guidata da Francia, Regno Unito e Stati Uniti fecero saltare il regime di Gheddafi, lasciando poi campo libero alle rivalità interne al Paese. La guerra civile libica dura ancora tutt’oggi. 

È più che probabile che anche queste considerazioni abbiano finora contribuito a una linea più cauta da parte di Washington, la quale però – stando a quanto esaminato – sembra comunque star mobilitando le sue forze. Non è dato sapere a che punto siano le trattative segrete tra Usa e Iran per evitare un’escalation, ma i tweet di Trump e – soprattutto – la concentrazione di assetti militari nella regione sembrano puntare verso una qualche forma di operazione da attendersi a breve. Come evidenziato anche nel caso del Venezuela, simili spostamenti di assetti e unità comportano costi non secondari sul piano economico e strategico, difficilmente giustificabili come misure preventive o semplici dimostrazioni di forza.


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