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Verso un nuovo equilibrio. Castellaneta racconta la settimana a tutto Trump di Davos

Davos diventa il palcoscenico di una settimana che chiarisce la direzione impressa da Trump alla politica internazionale. Tra Groenlandia, Gaza e Ucraina emerge un approccio fondato sui rapporti di forza più che sulle regole condivise, con conseguenze dirette per alleati, istituzioni multilaterali e medie potenze. Il commento dell’Ambasciatore Giovanni Castellaneta

Quella che sta per terminare è stata senza dubbio una settimana frenetica, tutta “a marchio Trump”. Il presidente Usa ha celebrato, dal suo punto di vista, il primo anno in carica utilizzando la piattaforma del summit di Davos per affrontare i dossier di politica internazionale più caldi e prendere di petto gli alleati tradizionali con il suo consueto atteggiamento “muscolare”. Un approccio che lo sta portando a smontare l’attuale governance multilaterale per reimpostarne una nuova, di cui non conosciamo ancora bene i tratti, ma che si fonda sui rapporti di forza relativi più che su regole condivise, in cui ogni Stato ha almeno sulla carta lo stesso peso.

Cominciamo dalla Groenlandia, diventata nelle ultime settimane una sorta di “ossessione” per Trump. Immaginare un conflitto intestino alla stessa Nato, con gli Usa da un lato nella parte degli invasori e gli altri membri dall’altro, sotto il comando del generale americano preposto nella Nato in quella zona dell’Artico a difendere la Danimarca in base all’articolo 5, sarebbe stato uno scenario oltre i limiti dell’assurdo. È stato dunque intavolato un negoziato grazie al segretario generale Mark Rutte, criticato ma in realtà abile all’occorrenza nell’adulare il presidente americano senza perdere la fiducia degli europei, che auspicabilmente porterà a una soluzione condivisa nel quadro dell’Alleanza atlantica e consentirà a Trump di salvare la faccia dopo essersi spinto in minacce di natura militare largamente pretestuose. La formula Nato è certamente la più appropriata, anche per proteggersi collettivamente da eventuali mire russe e cinesi che, in ogni caso, non appaiono imminenti. I ghiacci nell’Artico non si sono ancora sciolti – fortunatamente per la salute del pianeta – aprendo nuove rotte marine e, quindi, ogni progetto sulla Groenlandia, di natura strategica o economica, non può che essere di lungo o lunghissimo periodo. Il senso di immediata urgenza impresso dal presidente Usa su questa questione, probabilmente motivato anche da considerazioni di politica interna e dall’approssimarsi delle scadenze elettorali di novembre, era dunque manifestamente infondato.

Passiamo poi al Board of Peace, il cui lancio nella cornice di Davos avrebbe dovuto dare ufficialmente inizio alla “fase 2” a Gaza e avviare la ricostruzione. In realtà, il piano originario nato dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza Onu, approvata anche dall’Italia, è stato completamente snaturato. Trump ha infatti sottoposto ai Paesi invitati la proposta di adesione a un “club” sostanzialmente privato, peraltro con una entry fee piuttosto salata di un miliardo di dollari, e sganciato dall’Onu: una sorta di comitato di sviluppo con una governance ancora opaca e subordinata allo stesso Trump, nel quale per di più il focus sulla ricostruzione di Gaza risulta estremamente diluito. È dunque comprensibile che i Paesi europei, favorevoli all’adesione alla versione originale del Board, siano ora molto cauti; e bene hanno fatto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Antonio Tajani a esprimere prudenza attraverso rilievi di carattere costituzionale e considerazioni politiche generali, non fosse altro per l’imbarazzo di sedere allo stesso tavolo di dittatori come Lukashenko o di leader ricercati per crimini di guerra come Netanyahu. Nonostante i piani faraonici per la ricostruzione della Striscia presentati dal genero di Trump, Jared Kushner, non sarà dunque così semplice muovere passi concreti in avanti.

E veniamo infine all’Ucraina, rispetto alla quale i tempi sembrano finalmente maturi quantomeno per avviare trattative serie con la Russia. Trump e Zelensky non si sono incontrati di persona a Davos, ma il discorso del leader di Kyiv, nel quale per la prima volta ha attaccato anche l’Europa, lascia intendere che qualcosa sia cambiato. Sembra evidente che Zelensky sia pronto a un negoziato nel quale dovrà cedere in larga parte alle richieste territoriali russe in cambio di protezione e di altre contropartite assicurate dagli americani. Criticando gli europei, a suo avviso troppo timidi e divisi sulla questione degli asset finanziari russi congelati e sull’insufficienza degli aiuti militari e finanziari, il presidente ucraino si sta costruendo una sorta di “alibi”, in base al quale l’Europa lo avrebbe abbandonato – circostanza del tutto falsa – e a lui non resterebbe dunque altra scelta che accettare da un lato le richieste di Mosca e dall’altro cercare il sostegno degli Usa. Zelensky, del resto, è logorato anche politicamente dopo quattro anni di un conflitto durissimo che ha messo in ginocchio il suo Paese e sta cercando una via d’uscita che consenta all’Ucraina di ripartire e a se stesso di garantirsi un futuro politico.

In definitiva, un vero e proprio “frullatore” azionato da Trump, che sta accelerando la velocità di impatto verso un mondo nuovo, assecondando un cambiamento già avviato prima del suo ritorno al potere e destinato a portarci verso una distribuzione del potere in sfere di influenza chiare e alternative l’una all’altra. Un mondo in cui, come ha osservato efficacemente il leader canadese Mark Carney nel suo discorso al Wef, le medie potenze, se non sono al tavolo, finiscono nel menù e sono quindi destinate a soccombere e a perdere la loro indipendenza se non agiscono di concerto. È un messaggio rivolto anche all’Italia, chiamata a essere protagonista attiva all’interno della Ue e del G7 – forse avviato a tornare G8 con il rientro della Russia, promesso probabilmente in Alaska – sfruttando la capacità di Giorgia Meloni di mediare e costruire ponti con l’altra sponda dell’Atlantico, per riavvicinare e non allargare le due sponde dell’Oceano “nostrum”.


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