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Groenlandia, la chiave è la Nato. Fidanza spiega l’idea di Trump (e di Meloni)

“In queste situazioni di tensione tra alleati serve riportare al centro la politica e la politica dice che ha ragione Trump a porre il problema della sicurezza dell’Artico e della strategicitá della Groenlandia di fronte all’attivismo di Russia e Cina. Parliamo di sicurezza delle rotte, di materie prime critiche per le nostre filiere strategiche, di controllo satellitare dei traffici artici, persino della possibile installazione dello scudo americano Golden Dome”. Conversazione con il capodelegazione d FdI a Bruxelles, Carlo Fidanza

Offrire a Donald Trump soluzioni pragmatiche che tutelino la sicurezza e aumentino le opportunità economiche: è questo, secondo il capodelegazione di FdI a Bruxelles Carlo Fidanza, il cambio di passo che un’Europa spesso impaludata non è ancora riuscita a fare. Nel mezzo la sicurezza delle rotte, l’intuizione di Giorgia Meloni sul ruolo della Nato e il pericolo delle ingerenze esterne. Ecco perché sulla Groenlandia serve prudenza (come predica Roma) e non escalation (come fa Parigi).

Il caso Groenlandia si sta trasformando in uno scontro Macron-Trump, con il rischio di mettere in secondo piano i punti salienti della questione, come le ingerenze esterne di Cina e Russia?

Non ho condiviso le reazioni isteriche di alcuni leader europei, che peraltro per ragioni caratteriali non potevano che suscitare controreazioni ancora più dure da parte di Trump. In queste situazioni di tensione tra alleati serve riportare al centro la politica e la politica dice che ha ragione Trump a porre il problema della sicurezza dell’Artico e della strategicitá della Groenlandia di fronte all’attivismo di Russia e Cina. Parliamo di sicurezza delle rotte, di materie prime critiche per le nostre filiere strategiche, di controllo satellitare dei traffici artici, persino della possibile installazione dello scudo americano Golden Dome. E la politica dice che la soluzione non passa da iniziative velleitarie e unilaterali, come l’invio di qualche decina di soldati per qualche ora su suolo groenlandese, ma al contrario dal riportare tutto nell’ambito della Nato. Per una soluzione rispettosa della sovranità danese e della sicurezza dell’Occidente. È quello che fin dal primo minuto ha detto Giorgia Meloni e che ieri ha trovato conferma nell’ipotesi di accordo negoziata tra Trump e il Segretario Generale della Nato Mark Rutte.

Giorgia Meloni, giocando di sponda con Londra e Berlino, chiede di evitare l’escalation: con quale vantaggio?

Tutti sanno che l’Europa ha qualche strumento per rispondere alle posizioni americane, sono gli stessi strumenti che abbiamo usato la scorsa estate per scongiurare la guerra commerciale e chiudere l’accordo del 16 luglio sui dazi. Contromisure che possono far male agli americani ma farebbero alla fine più male agli europei. È per questo e non per sudditanza che bisogna lavorare per abbassare i toni.

C’è chi lavora politicamente ad una divisione dell’asse euroatlantico tra Usa e Ue?

Si, alcune presunte élite cosiddette europeiste a guida francese per un vecchio riflesso antiamericano e la sinistra per un riflesso ideologico anti-Trump. Per fortuna che ancora una volta si va affermando la linea Meloni, fatta di una paziente tessitura, di fitti colloqui con tutti i partner per diminuire i decibel e tenere aperto il dialogo. C’è chi come Macron si riempie la bocca di Europa e prende strade che rischiano di danneggiarla e c’è chi, come Meloni, lavora per risolvere i problemi per il bene dell’Europa e dell’Occidente.

In che modo va usato il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che coinvolge tutti, europei e americani?

C’è un tema di presenza militare in senso ampio in Artico, la possibilità per l’alleanza e quindi per gli Usa di aumentare le basi militari ma anche i rompighiaccio e i dispositivi navali in quella regione, compresa la possibilità di utilizzare il territorio della Groenlandia per le installazioni del Golden Dome quando sarà pronto. A ciò sarebbe opportuno aggiungere un accordo sull’accesso alle materie prime critiche di cui l’isola di ghiaccio abbonda e che sono il vero oggetto delle mire russe e cinesi: estrarle è molto costoso ma da un accordo Usa-Europa in sede Nato può nascere qualcosa di molto vantaggioso per tutto l’Occidente e per la stessa Danimarca. Trump è definito da molti un deal maker: offrirgli soluzioni che da un lato tutelino la sicurezza e dall’altro aumentino le opportunità economiche è proprio quel cambio di passo che un’Europa spesso impaludata non è ancora riuscita a fare.

Quale in questo senso il contributo che potrà venire dal Piano Artico progettato dal governo italiano?

L’Italia ci vuole essere in Artico. Sia perché spetta a una grande nazione farsi carico, quota a parte, della sicurezza globale anche in quadranti apparentemente lontani, ma anche perché abbiamo know-how importanti in campo scientifico, estrattivo e militare, essendo l’unico Paese della Nato ad avere truppe alpine specializzate. Ora però la priorità è l’accordo politico, che l’Italia ha perorato e deve essere finalizzato per porre fine a settimane di inutili tensioni.


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