Nulla è come prima dopo gli iniziali 365 giorni del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca. La convulsa evoluzione delle iniziative presidenziali costringe ad aggiornare continuamente il bilancio di come e quanto viene modificata la percezione del ruolo degli Usa nel mondo. L’analisi di Gianfranco D’Anna
A year of Trump? Blitz, twists and boastful, without certainties. Un anno di Trump? Blitz, colpi di scena e smargiassate a ripetizione senza certezze, ammettono a Washington.
Molto più crude, sull’onda della crescente tensione per la Groenlandia, le valutazioni prevalenti in Europa: “Un anno da Tso psichiatrico” è la valutazione più caustica.
Di certo c’è che durante il primo anno del ritorno alla Casa Bianca il tycoon ha fatto registrare il superamento del record delle cinque dichiarazioni al giorno sopra le righe o fuorvianti stabilito, secondo il Washington Post, nei 12 mesi del primo mandato. Con una media precisava il quotidiano che costrinse alle dimissioni il Presidente Nixon di 5,6 menzogne al giorno.
Il braccio di ferro al limite dell’autolesionismo con l’Europa e la Nato per la Groenlandia è soltanto il penultimo exploit delle intemperanze verbali e purtroppo anche decisionali di Trump.
I media faticano a stare dietro alla continua sovraesposizione internazionale e nazionale del 47° Presidente degli Stati Uniti.
Un Presidente double face che paradossalmente mentre ha annunciato di voler intervenire in Iran per impedire il massacro del popolo iraniano in rivolta contro il feroce regime degli ayatollah, dispone la repressione delle dilaganti proteste in corso nel Minnesota, a Washington e in altre città americane per la brutale uccisione di Renee Good a Minneapolis da parte di un agente dell’immigrazione.
Impressionante l’elenco dei fronti aperti: i dazi, la Groenlandia, Gaza, Kiev, Mosca, Pechino, Teheran, Danimarca, Venezuela, Colombia, narcos, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di Procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, caso Epstein e delirante messa in stato d’accusa del Presidente della Federal Reserve Jerome Powell.
Dodici mesi di slalom repentini che hanno fatto drizzare i capelli e prosciugato le tasche agli americani e messo all’angolo gli alleati storici degli Stati Uniti.
Un crescendo di sfide e interventi contraddittori che isolano Washington, sintetizzato dal Financial Times con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”.
L’instabilità e l’inaffidabilità di Trump, spiega il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, che per biografia e esperienza politica, si sta dimostrando di gran lunga il più saggio e astuto fra i vertici delle tre superpotenze.
“Il mondo”, conclude il Financial Times, “non è rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente è stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina”. Mentre il tycoon, nonostante il vantaggio acquisito con la cattura di Maduro e l’arrembaggio delle petroliere russe della flotta ombra, continua a corteggiare Putin, alimentando dubbi e sospetti.
L’inizio del secondo anno presidenziale si è aperto con un’agenda a dir poco imperial neo colonialista: dalle randellate militari al Venezuela alle intimidazioni alla Groenlandia, dalle minacce di dazi ai Paesi europei che si oppongono, fino al pugno di ferro contro le proteste popolari per la brutalità della caccia agli immigrati clandestini, fonte di tensioni in un’America sempre più polarizzata.
Resta da capire quanto il crescendo di tensioni e mobilitazioni e l’approccio assolutista possa reggere nel tempo, anche considerando che il Presidente compirà 80 anni a giugno.
Decisive si prospettano le elezioni di midterm di novembre, tradizionalmente considerate un referendum sulla Casa Bianca, e che quest’anno potrebbero offrire un giudizio ancora più diretto sulla sua leadership.
I sondaggi mostrano un consenso altalenante, nonostante l’amministrazione sia impegnata a dimostrare che le sue politiche economiche stanno producendo risultati tangibili, in un contesto segnato dalle preoccupazioni degli elettori per il costo della vita.
Nel suo discorso al forum di Davos, in programma da oggi al 23 gennaio, Trump si concentrerà proprio su questo, saltando a piè pari il tema del meeting: “Uno spirito di dialogo”.
Ma è sul fronte istituzionale che dovrà fare i conti con possibili limiti giuridici. La Corte Suprema potrebbe intervenire su alcuni aspetti della politica commerciale, mentre l’uso estensivo degli ordini esecutivi solleva interrogativi sulla solidità delle riforme nel lungo periodo.
“Il problema di governare per decreto è che ciò che si costruisce di giorno può essere smontato di notte”, osserva sulla France-Presse William Galston della Brookings Institution, sottolineando il rischio di risultati meno duraturi. “Per gli americani la priorità resta l’economia e l’inflazione”, spiega Galston.
Mentre gli elettori che avevano creduto nello slogan dell’ “America first” si ritrovano il Presidente del “Trump first”.
















