Senza troppi complimenti, Trump accusa l’industria della Difesa americana di essere lenta e inefficiente. La causa? Troppa attenzione per i profitti e non abbastanza per la produzione. In un post su Truth, il presidente Usa minaccia il congelamento dei dividendi e un tetto agli stipendi dei Ceo. Nel frattempo, però, annuncia un budget record per il 2027 da 1,5 trilioni. Bastone e carota, ma c’è anche qualcosa di più
Una pioggia di miliardi per le aziende della difesa, ma anche un avvertimento per i contractor: questi fondi non andranno nelle tasche degli azionisti. Almeno, non per adesso. In un post pubblicato sul suo social Truth, Donald Trump ha affermato di voler vietare i buyback azionari e la distribuzione di dividendi per le aziende della difesa, oltre a imporre un tetto di 5 milioni di dollari alla retribuzione dei Ceo. La decisione, spiega Trump, si rende necessaria per “scuotere” l’industria della Difesa a stelle e strisce, accusata di essere lenta e inefficiente, e per stimolare quella reindustrializzazione ritenuta indispensabile per il futuro degli Usa come grande potenza. Un messaggio che ha colto di sorpresa i mercati e che, al di là della sua concreta applicabilità, rappresenta un segnale politico rilevante, nonché un indicatore utile per leggere il mutamento della Grand Strategy americana.
Il bastone
In concreto, Trump ha messo sul tavolo tre misure distinte ma collegate. In primo luogo, il divieto dei buyback, cioè dei riacquisti di azioni proprie, che secondo il presidente sottraggono risorse agli investimenti nella produzione. In secondo luogo, l’introduzione di un tetto alla retribuzione dei Ceo, fissato a 5 milioni di dollari, almeno finché le aziende non dimostreranno un miglioramento nella capacità produttiva. Quanto ai dividendi, Trump non parla di un semplice limite quantitativo, ma di una vera e propria sospensione. Alle aziende della difesa non dovrebbe essere consentito distribuire utili agli azionisti finché continueranno a privilegiare le rendite finanziarie rispetto agli investimenti. Tutte e tre le misure sono state presentate come condizionali e temporanee, legate al raggiungimento di standard industriali ritenuti adeguati dal Pentagono.
E la carota
Poco dopo questa lavata di capo all’industria, Trump ha annunciato l’intenzione di portare il budget della Difesa a 1.500 miliardi di dollari per il 2027, una cifra senza precedenti anche per gli standard americani, pari a un aumento del 50% rispetto ai numeri attuali. Il budget appena approvato dal Congresso per il 2026 ammonta a circa 901 miliardi di dollari, confermando un aumento costante negli ultimi anni ma che, al netto dell’inflazione, mantiene i livelli di spesa sostanzialmente invariati. A titolo di comparazione, l’aumento immaginato da Trump, da solo, sarebbe più consistente dell’intero budget annuale della Difesa cinese. Ciò detto, l’effettivo aumento della spesa militare Usa è tutt’altro che scontato. Sulla strada da qui all’anno fiscale 2027 ci sono le elezioni di metà mandato, in cui la maggioranza al Congresso – che tiene i cordellini della borsa – potrebbe sfuggire dalle mani dei repubblicani e tornare ai democratici. Se il risultato elettorale di novembre dovesse privare il presidente della maggioranza, difficilmente un Congresso a maggioranza dem approverà questo boost senza precedenti.
Una critica condivisa
Al di là dei toni, ormai noti, la critica di Trump non è priva di motivazioni. Da anni una parte consistente della comunità strategica e militare occidentale – anche fuori dagli Usa – sottolinea i limiti dell’attuale modello industriale della difesa. Tempi di produzione lunghi, costi elevati, supply chain fragili e scarsa capacità di scalare rapidamente sono i lasciti di un trentennio che è stato caratterizzato da conflitti a bassa intensità e interventi mirati in teatri operativi remoti. Figure di primo piano, come l’ammiraglio olandese Rob Bauer o lo stesso generale Cavoli, ex comandante supremo alleato in Europa, hanno più volte evidenziato come l’industria non sia oggi strutturata per sostenere uno sforzo bellico prolungato. Tutto un altro mondo rispetto al periodo pre-1991, quando la possibilità di un conflitto prolungato e ad alta intensità con il Patto di Varsavia manteneva gli stock pieni e le linee produttive in costante attività.
Cosa può fare il presidente
Quanto è attuabile la minaccia di Trump? Dal punto di vista giuridico, il presidente non ha il potere di imporre unilateralmente limiti generalizzati agli stipendi o ai dividendi delle aziende private, indipendentemente da quanti ordini esecutivi può emettere. Esistono tuttavia margini di manovra indiretti. Il Dipartimento della Difesa può inserire clausole performative e restrizioni contrattuali nei nuovi contratti, inclusi limiti alla compensazione imputabile a uno specifico contratto. Inoltre, l’amministrazione potrebbe privilegiare nelle gare le aziende disposte ad accettare, anche informalmente, determinate condizioni, anche se una simile strategia sarebbe vulnerabile a contestazioni sulla base del diritto federale degli appalti. Vale la pena ricordare che i tetti alla remunerazione oggi esistono già, ma solo in relazione ai singoli contratti, e non impediscono alle aziende di compensare i dirigenti attraverso altre fonti di reddito non collegate direttamente ai programmi del Pentagono.
Il ruolo (improbabile) del Congresso
L’unico attore che avrebbe il potere di imporre restrizioni generalizzate è il Congresso. Un precedente esiste: il Tarp Act del 2008, che limitò drasticamente le retribuzioni dei dirigenti delle aziende beneficiarie dei salvataggi pubblici durante la grande crisi finanziaria. Tuttavia, applicare un modello simile all’industria della difesa appare politicamente molto improbabile. I grandi contractor esercitano un’influenza significativa a Capitol Hill, distribuita trasversalmente tra i distretti elettorali e le commissioni chiave. Anche laddove il midterm dovesse premiare i repubblicani, è difficile immaginare una maggioranza congressuale disposta a sostenere misure che colpirebbero direttamente un settore percepito come strategico e fortemente radicato nel tessuto elettorale del Paese.
Cosa ha in mente Trump?
L’annuncio di Trump non si limita a restituire una fotografia dello stato, non ottimale, della base industriale della Difesa americana. Se letto insieme alle nuove priorità delineate dalla National security strategy del 2025, l’aumento del budget e la stretta sulle remunerazioni dei manager prefigurano una strategia industriale che guarda ai numeri della produzione cinese piuttosto che a quelli dei monitor di Wall Street. Un strategia industriale che si prepara alla guerra. O, quantomeno, a mettersi nelle condizioni di sostenerne una. La nuova Grand Strategy americana è imperniata sul controllo diretto dell’emisfero occidentale (“Our hemisphere“, come lo definisce Trump) e sul mantenimento di una capacità totale di deterrenza nei confronti del resto del pianeta. Prima il disimpegno da Europa e Medio Oriente, poi la messa in sicurezza delle Americhe, dal Venezuela alla Groenlandia, e infine il mantenimento della superiorità strategica globale, con lo sguardo esplicitamente puntato su Pechino. Il tutto con l’obiettivo di proteggere il mainland americano e scaricare la pressione accumulata in trent’anni di sovraestensione, ma senza pregiudicare la posizione degli Usa come principale potenza globale. Nelle parole dello stesso Trump, Peace through strength.















