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Tutti gli scenari della nuova guerra fredda navale. L’analisi di Caffio

La prassi applicativa del diritto internazionale, come dimostrano le recenti crisi, è in fase di evoluzione. Ha fatto sinora eccezione il mare dove continua a vigere la libertà di navigazione ed il rispetto della bandiera. Come interpretare allora l’escalation rappresentata dai recenti casi di sequestro in acque internazionali come quello della “Marinera”? Sono episodi legati al “conflitto” tra Usa e Venezuela, oppure costituiscono una svolta che prelude ad una generalizzata “guerra marittima”?

Una ricostruzione analitica del caso del fermo in acque internazionali della nave cisterna “Marinera” e del suo cambio di bandiera (da Guyana a Russia) è già stata eseguita su queste pagine. All’abbordaggio del mercantile in acque internazionali a sud dell’Islanda, è seguito il suo sequestro al termine di una lunga operazione di law enforcement condotta dalla US Coast Guard (USCG) sulla base di un mandato della magistratura federale. Il mercantile aveva violato il blocco del Venezuela ed era compreso tra quelli sanzionati dalla legislazione Usa.

La protezione accordata dalla Russia con l’iscrizione nel proprio registro della ex “Bella 1” durante la navigazione (vietata dal diritto del mare perché indice di incerta nazionalità) non è servita ad impedire l’abbordaggio coercitivo; né sono intervenuti gli assetti navali della Marina Russa presenti in zona. Simile, ma meno eclatante, il sequestro nei Caraibi della superpetroliera panamense “Sophia” coinvolta per conto della Cina nel contrabbando di petrolio.

Entrambi gli episodi si prestano a duplice lettura. Da un lato, azioni condotte unilateralmente dagli Stati Uniti contro il Venezuela sulla base della propria legislazione federale i cui effetti si riverberano su Cina, Russia e Cuba quali alleati di Caracas. Come detto infatti dal ministro Pete Hegseth, “il blocco del petrolio venezuelano rimane pienamente efficace, dovunque nel mondo”.

Dall’altro, episodi di una guerra fredda navale tra occidente e Russia. È nota infatti la strategia del Cremlino di eludere le sanzioni occidentali al proprio export avvalendosi di mercantili con bandiera di convenienza: la cosiddetta flotta ombra che non rispetta gli standard internazionali di navigazione e che nel Baltico è sospetta di danneggiare le infrastrutture subacquee.

In realtà, le misure adottate dagli Usa in mare sono mirate poiché incentrate sulla sicurezza nazionale; proprio per questo sono state eseguite dalla USCG e non dalla Marina. Esse sono perciò diverse dalle azioni di enforcement navale messe in atto in applicazione del diritto del mare. La Nato e i Paesi Ue seguono infatti un tale approccio a “norme vigenti” che rispetta prudentemente la giurisdizione di bandiera (se effettiva).

Da questo punto di vista la valutazione di Mosca che il sequestro del “Marinera” sia contrario al diritto del mare appare scontata e poco realistica. Anche perché la Marina russa, se avesse voluto, poteva intervenire a protezione della petroliera e dei connazionali ivi imbarcati.

Non abbiamo elementi per immaginare ritorsioni russe verso navi Usa. Mosca – come dimostrato delle perdite navali subite in Mar Nero – non sembra avere né la capacità per insidiare i traffici marittimi di Washington né la possibilità di scortare i mercantili di bandiera, anche se non va sottovalutata la notizia che su alcuni di essi sono state imbarcate guardie armate. Al più c’è da aspettarsi un potenziamento della sua tradizionale attività di intelligence in acque occidentali, soprattutto in prossimità delle dorsali subacquee.

Dunque, la nuova guerra fredda navale non dovrebbe tradursi in un confronto diretto in mare tra le due Superpotenze, anche perché la Russia è altrettanto interessata al mantenimento della libertà di navigazione quanto gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali. Questo d’altronde è il limite che impedisce alla Nato ed ai Paesi del Nord Europa di militarizzare le rotte commerciali delle ZEE; altro sarebbero eventuali iniziative dei Paesi costieri – sinora non ancora definite – per impedire il passaggio nelle acque territoriali di navi sanzionate.

Resta l’incognita della Cina, vero attore occulto di tutta la vicenda qui esaminata e potenza navale in continua ascesa. Lo scorso novembre nell’Oceano Indiano la US Navy ha fermato e sequestrato un mercantile cinese che trasportava materiale di armamento destinato all’Iran. L’episodio non ha precedenti e potrebbe perciò segnare un punto di svolta nella strategia di Washington tesa a limitare le opache attività commerciali della Cina. Pechino ha già subito gli effetti negativi dell’embargo del petrolio venezuelano col recente sequestro della supertanker  “Sophia” riconducibile a propri interessi. Per ora non c’è traccia di una sua strategia di risposta ma in futuro dovrà guardarsi soprattutto dal Giappone: con l’avvento della premier Sanae Takaichi, Tokyo ambisce a ricoprire nell’Emisfero Orientale (tanto per usare la terminologia trumpiana) un ruolo simile a quello statunitense.


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