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Sulle Big Tech Usa la Corea del Sud non fa eccezione. Meno regole o nuovi dazi

Donald Trump torna all’attacco: se Seul non lascerà perdere le piattaforme digitali americane, le tariffe torneranno al 25%. Per ora gli Stati Uniti si limitano alle avvertenze, senza passare all’azione e lasciando presagire un nuovo negoziato. Ma è la conferma che, quel che vale per l’Ue, vale per tutti

Quel che vale per l’Europa, vale anche per gli altri alleati. Così come gli Stati Uniti continuano a criticare duramente l’Unione europea e le sue leggi sul digitale che soffocano le piattaforme americane, lo stesso messaggio è stato lasciato alla Corea del Sud da parte di JD Vance.

Durante la recente visita negli Usa del vice premier Kim Min-seok, racconta in esclusiva il Wall Street Journal, il vicepresidente americano ha chiesto alle autorità di Seul di non prendere di mira le proprie aziende. Tempo qualche giorno e la minaccia si è concretizzata in un post di Donald Trump. Il presidente ha annunciato l’intenzione di voler riportare i dazi sui beni sudcoreani dal 15% al 25%, che si applicheranno anche su automobili e farmaci. Il motivo è la promessa non mantenuta dal governo della Corea del Sud: nell’accordo siglato qualche tempo fa per abbassare le tariffe, Seul avrebbe dovuto investire 350 miliardi di dollari negli Usa e, tra le altre, non prendere di mira le Big Tech statunitensi.

È andata diversamente, come dimostra il caso Coupang. È un’azienda di e-commerce americana, che opera quasi esclusivamente nella Corea del Sud e che vanta una serie di buoni rapporti con persone vicine all’amministrazione Trump e ai parlamentari del Congresso. Pur essendo americana, è il secondo datore di lavoro privato nel Paese. Per avanzare un paragone, è l’Amazon sudcoreano. Negli ultimi tempi si è ritrovato al centro del dibattito nazionale, dopo che a novembre è stato coinvolto in una delle più grandi fughe di dati della storia. Ben 34 milioni di account sono stati violati, ottenendo informazioni di qualsiasi tipo: nomi, cellulari, indirizzi. Una cifra pari al 90% delle persone in età lavorativa nel Paese asiatico. Già questo basterebbe, ma ad ingigantire la vicenda è stato il fatto che il trafugatore fosse un ex sviluppatore software con cittadinanza cinese.

Tutto questo ha portato alle dimissioni del ceo di Coupang, su cui si sono accesi i riflettori. Le indagini potrebbero portare a sanzioni pesanti, oltre che a nuove regole a cui sottostare. Tutto quello che non vuole l’amministrazione Trump. Né per Coupang né per le altre. La questione cresce nel momento in cui il governo sudcoreano avrebbe in mente delle leggi per imporre alle aziende tecnologiche regole dei paletti. Ad esempio, quelle che regolano i modelli di intelligenza artificiale.

Per ora Washington si limita alle minacce, senza passare all’azione. Questo lascia presupporre un revival di quanto si è verificato l’anno scorso. Trump mette pressione e poi apre un negoziato per strappare il miglior accordo possibile, ed è molto probabile che replicherà lo stesso approccio. Non a caso, il ministro del Commercio Jung-Kwan Kim ha aggiunto una tappa al suo viaggio in Canada, atterrando negli Usa per incontrarsi con esponenti governativi, molto probabilmente l’omologo americano Howard Lutnik.

D’altronde, a Seul sono apparsi spiazzati dalla nuova decisione di Trump. Durante il pranzo con Vance, il vice premier Kim aveva assicurato che Coupang non è discriminata dalle autorità. Evidentemente non è bastato. Ora il governo sudcoreano vuole intraprendere un negoziato “il prima possibile”. Sperando che stavolta porti a un accordo definitivo.


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