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Legge sulle Lobby, un bilancio chiaroscuro. Parla Velardi

Primo via libera della Camera dei deputati alla proposta di legge che regola l’attività di lobbying, ora tocca al Senato. Secondo Claudio Velardi, “è un bilancio in chiaroscuro”. È un bene che la legge ci sia, “ma va orientata molto di più su principi liberali. Così com’è, rischia di regolare troppo e male, invece di accompagnare un’attività che esiste e continuerà a esistere”. Conversazione con il direttore del Riformista

Ci sono leggi che arrivano tardi e altre che arrivano comunque. Quella sul lobbismo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Attesa per oltre trent’anni, discussa, evocata, rinviata, oggi diventa finalmente un testo giuridico. Ma come spesso accade in Italia, il punto non è solo se una legge arriva, bensì come arriva. Claudio Velardi, direttore de Il Riformista e tra i pionieri del lobbismo italiano quando la parola era ancora guardata con sospetto, osserva l’approvazione con uno sguardo insieme soddisfatto e critico. Un bilancio in chiaroscuro, appunto, che mescola passi avanti e rigidità difficili da conciliare con una visione liberale dei rapporti tra interessi e politica.

Direttore Velardi, la legge sulle lobby era attesa da decenni. Se l’aspettava davvero?

Sì, questa legge si aspettava da almeno trent’anni. L’assenza di una normativa ha prodotto un effetto paradossale: invece di più libertà, ha consentito interventi normativi e giudiziari orientati in modo discrezionale. Si è fatto largo uso di una pessima norma sul conflitto di interessi e sul traffico di influenze, applicata spesso senza criteri chiari. Questo è stato l’aspetto più problematico: non l’assenza di regole, ma l’incertezza delle regole.

Da liberale, lei ha più volte detto di non sentire il bisogno di una legge sul lobbismo. È ancora così?

Assolutamente sì. Da liberale penso che se un lobbista o un politico vogliono fare un imbroglio, non c’è legge che tenga. Detto questo, nelle condizioni date, arrivare a un testo giuridico ha comunque un senso: almeno si esce dalla zona grigia in cui tutto era lasciato all’interpretazione discrezionale.

Quali sono, a suo avviso, le principali criticità del testo approvato?

Il primo problema è che la legge fa figli e figliastri. I corpi intermedi storici, le grandi confederazioni, sono di fatto esentati dagli obblighi di trasparenza. Le regole ferree valgono per i lobbisti professionali, mentre per altri soggetti si crea una zona franca. È un aspetto molto discutibile, perché introduce una diseguaglianza di trattamento che non ha una vera giustificazione.

Un altro punto controverso riguarda il ruolo del Cnel.

Sì, affidare il registro e il comitato di sorveglianza al Cnel significa introdurre un ulteriore appesantimento istituzionale. Il rischio concreto è che il registro si trasformi in uno strumento burocratico, invece che in qualcosa che faciliti l’agilità del mercato delle relazioni istituzionali. Il lobbismo funziona se è trasparente e fluido, non se è ingessato.

Il tema delle “porte girevoli” resta uno dei più sensibili. Come lo giudica?

La disciplina è punitiva, soprattutto per chi proviene da un mandato parlamentare o di governo. È eccessivamente afflittiva in un’ottica liberale e finisce per disperdere competenze acquisite. Dopo un certo periodo è giusto che un ex parlamentare possa fare il lobbista: quelle competenze non dovrebbero andare perse, ma valorizzate in modo trasparente.

Lei è stato tra i primi a fare lobbismo in Italia. Com’è cambiato il settore?

Il lobbismo oggi è molto più professionalizzato rispetto a quando ho iniziato io. Ci sono professionisti bravi e capaci, e i politici prendono consigli dai lobbisti in modo strutturato. È vero che il mercato italiano è più ristretto rispetto ad altri Paesi, ma esistono fior fiore di professionisti che lavorano con standard elevati.

C’è però un aspetto che la legge sembra ignorare del tutto.

Sì, ed è piuttosto rilevante. Oggi una parte consistente dell’attività di lobbying passa dal monitoraggio legislativo e istituzionale, che in molti casi viene svolto anche con l’intelligenza artificiale. Questo elemento non è minimamente considerato dalla legge, che appare già vecchia rispetto all’evoluzione reale del settore.

In definitiva, che giudizio dà a questa legge?

È un bilancio in chiaroscuro. Bene che la legge ci sia, perché mette fine a un vuoto che ha prodotto distorsioni. Ma va orientata molto di più su principi liberali. Così com’è, rischia di regolare troppo e male, invece di accompagnare un’attività che esiste e continuerà a esistere.


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