Sotto il suolo del Venezuela c’è un quinto delle riserve mondiali di oro nero, nonostante Caracas ne esporti poco o niente. Opec e Borse per il momento prendono tempo, in attesa di decifrare la crisi politica e capire le mosse delle grandi compagnie statunitensi. Chi deve cominciare ad avere paura è, semmai, la Cina
Calma piatta, anzi, una certa effervescenza. Non è ancora l’ora del panico sui mercati mondiali, a tre giorni dal colpo di mano americano che ha portato alla destituzione coatta di Nicolas Maduro. Non bisogna mai dimenticare che il Venezuela detiene il 17% delle riserve petrolifere del globo (oggi i 660 mila barili giornalieri di petrolio venezuelano riforniscono per il 35% gli Stati Uniti, per il 41% la Cina, per il 9% l’India e la Spagna), praticamente un quinto dell’intero greggio.
Una crisi politica non può, dunque, per forza di cose non avere ripercussioni sui listini e sulle quotazioni. Eppure, almeno per il momento, sembra prevalere la prudenza. Quasi a voler decifrare la svolta manu militari nel Paese sudamericano. Che ne sarà delle riserve venezuelane? E che impatto subiranno le esportazioni? E la produzione? E davvero, alla fine, le grandi compagnie americane faranno loro gli immensi giacimenti oggi ancora in mano alla società di Stato controllata da Caracas, Pdvsa?
Lo zen dell’Opec (e delle Borse)
Il primo segnale che per perdere la testa c’è sempre tempo è arrivato proprio dalle principali piazze finanziarie. Nella prima giornata di contrattazioni all’indomani del blitz deciso da Donald Trump, sono infatti tutte positive le principali borse europee, con gli occhi puntati non solo sul Venezuela ma anche su Trump, che ieri sera è tornato a minacciare la Groenlandia, la Colombia e il Messico. A pochi minuti dall’apertura, Francoforte guadagnava lo 0,47%, Londra lo 0,20% e Parigi lo 0,29%, In territorio positivo anche Amsterdam e Madrid scattate rispettivamente dello 0,96% e lo 0,36%. Bene anche Milano, portatasi immediatamente sullo 0,49%.
Fin qui i listini. Poi c’è il fronte del petrolio. E anche qui non si registrano attacchi di panico. Il prezzo del Brent è infatti in leggerissimo calo dello 0,76%, a 60,30 dollari al barile, mentre il Wti è sceso solo dello 0,82%. Merito, anche, della filosofia dimostrata dai Paesi produttori di oro nero dinnanzi alla crisi venezuelana. Una reazione tutt’altro che isterica. L’Opec+ ha deciso di mantenere stabile la produzione di petrolio. Un mantenimento dello status quo che arriva nonostante le tensioni politiche tra i membri chiave Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e, per l’appunto, il blitz degli Stati Uniti.
Insomma, i produttori hanno preferito dare priorità alla stabilità piuttosto che all’azione, rimandando ogni scelta alla prossime riunioni, dandosi quindi appuntamento al primo febbraio. Gli otto Paesi hanno aumentato gli obiettivi di produzione di petrolio di circa 2,9 milioni di barili al giorno da aprile a dicembre 2025, pari a quasi il 3% della domanda mondiale di petrolio. A novembre hanno concordato di sospendere gli aumenti della produzione per gennaio, febbraio e marzo. E in queste ore hanno confermato la stessa linea. Gli analisti, non a caso, si attendono un impatto limitato di circa 1 o 2 dollari al massimo.
Le manovre di Pdvsa
Domanda, che cosa succede, invece, dentro le mura di casa del Venezuela? A Caracas non sembra esserci quella calma che al contrario si respira all’esterno. Prima che le compagnie americane possano prendere il controllo delle riserve petrolifere ci vorranno mesi, forse anni. E oggi il boccino lo ha ancora in mano Pdvsa, la big oil statale venezuelana. La quale ha già preso delle decisioni piuttosto importanti. Per esempio quella di chiedere ad alcune delle sue joint venture di ridurre la produzione di greggio chiudendo giacimenti petroliferi o gruppi di pozzi.
Perché? Le scorte onshore (quelle allocate sulla terraferma) stanno aumentando a causa dell’embargo americano e la società sta esaurendo i diluenti a causa della paralisi delle esportazioni. Le vendite di petrolio, il cui presidente destituito Maduro e la first lady sono stati prelevati sabato dalle forze statunitensi, sono, insomma, ferme a seguito del blocco americano di tutte le petroliere soggette a sanzioni. Questo vuol dire meno offerta e una ragionevole prospettiva di aumento del prezzo del greggio. Sempre che, nel giro di pochi giorni, le esportazioni non riprendano.
C’è però un dato che potrebbe anestetizzare un’impennata del petrolio, anche in caso di blocco a oltranza delle esportazioni venezuelane. E cioè che, nonostante le immani riserve nel sottosuolo, oggi il Venezuela rappresenta meno dell’1% della produzione petrolifera mondiale, una cifra che negli anni ’60 rappresentava oltre il 10% della produzione globale. Tutta colpa del crollo di oltre il 70% iniziato dalla fine degli anni 90 con l’ascesa di Hugo Chavez e che ha relegato Caracas al 21° posto nella classifica dei produttori mondiali.
Casa Bianca con vista Venezuela
Fatte tutte queste premesse, è tempo di capire se e come le riserve di greggio oggi ancora sotto il controllo di Caracas stanno per cambiare bandiera. Qui il discorso vira direttamente sulle grandi compagnia americane, le quali oggi fanno degli Stati Uniti ancora il primo produttore mondiale. Nell’ottobre di quest’anno, l’amministrazione Trump ha concesso alla Chevron una nuova autorizzazione a produrre petrolio in Venezuela, sostenendo che la società statunitense era un partner fondamentale per Caracas. Ad oggi Chevron è l’unica compagnia petrolifera statunitense attualmente operativa in Venezuela, dal momento che ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera statunitense, ha visto i suoi asset espropriati da Chávez nel 2007.
Ora, gli Stati Uniti, come detto, sono già ampiamente il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi a prima vista potrebbe non sembrare chiaro il motivo per cui Trump sia così interessato al petrolio venezuelano. Tuttavia, il problema è il tipo di petrolio prodotto dagli Usa, un greggio leggero, non il tipo più pesante e viscoso che molte delle raffinerie venezuelane, soprattutto sulla costa del Golfo, sono attrezzate per raffinare. Insomma, sebbene la produzione venezuelana sia crollata, le sue enormi riserve includono le maggiori riserve mondiali di petrolio greggio pesante di cui le raffinerie statunitensi hanno bisogno. Infatti, per molti decenni, il greggio pesante venezuelano ha alimentato le raffinerie statunitensi. Ciò rende il rinnovato accesso al petrolio venezuelano estremamente attraente per le aziende americane.
Guai cinesi
Qualcuno, però, preoccupato per forza deve esserlo. Qualcuno come la Cina, il primo importatore di greggio venezuelano. Trump ha detto cose in apparenza rassicuranti per Xi Jinping: se le multinazionali Usa tornano a investire in Venezuela, la capacità di estrazione di quel paese potrà aumentare e così anche le vendite a Pechino. Si vedrà. Fatto sta che il Dragone senza il greggio sudamericano avrà dei problemi.
Non a caso, proprio in queste ore, Pechino ha ribadito che continuerà a sviluppare la cooperazione con il Venezuela indipendentemente dall’evoluzione della situazione politica interna del Paese, come ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, rispondendo oggi a una domanda sull’eventualità che Pechino continui a importare petrolio venezuelano. “La Cina rispetta la sovranità e l’indipendenza del Venezuela e ritiene che il governo venezuelano gestirà adeguatamente i propri affari interni in conformità con la Costituzione e le leggi del Paese”. Una storia tutta da scrivere.














