Skip to main content

L’intelligence, le forze speciali e gli scenari per Caracas. Absolute resolve letta da Margelletti

L’operazione Absolute Resolve, che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, è stata il risultato di uno sforzo collettivo da parte di intelligence e forze armate, ma le sue implicazioni vanno oltre la dimensione tattica. Intervista ad Andrea Margelletti, presidente del CeSI, sul dietro le quinte dell’operazione e sugli scenari che si aprono adesso per Caracas

La cattura di Nicolás Maduro segna uno spartiacque per il braccio di ferro Usa-Venezuela e per l’intero equilibrio regionale. L’operazione Absolute Resolve ha mostrato ancora una volta la capacità americana di combinare intelligence, forze speciali e decisionismo politico per ottenere un risultato strategico che va ben oltre il successo tattico. Dalla preparazione del blitz agli scenari che si aprono adesso, Airpress ne ha parlato con Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali (CeSI).

Presidente, partiamo dall’operazione Absolute Resolve. Che tipo di operazione è stata?

È stata un’operazione che aveva come unico obiettivo la cattura di Maduro. Le operazioni militari si sono fermate lì, perché il risultato era già stato raggiunto. Parliamo di un’operazione di livello strategico: togliere dalla scacchiera il capo di uno Stato significa incidere direttamente sull’equilibrio politico. È l’ennesima dimostrazione della capacità americana di ottenere risultati strategici attraverso un mix di intelligence e Forze armate, ma soprattutto di decisionismo politico.

Quanto è stato lungo e complesso il lavoro preparatorio?

Molto. Un’operazione del genere richiede mesi. Ci sono due linee che avanzano in parallelo: l’individuazione del bersaglio e il mantenimento costante del contatto, senza mai perderlo. Per farlo serve uno sforzo congiunto dell’intera comunità di Intelligence americana: intercettazioni elettroniche, personale sul campo, intelligence militare, che poi deve integrarsi con le forze speciali che condurranno le fasi più delicate dell’operazione. Non è un lavoro della sola Cia, ma del sistema nel suo complesso. Si studiano abitudini, spostamenti, luoghi frequentati, veicoli utilizzati. Si analizzano le residenze, si costruiscono repliche fedeli per esercitarsi, si valutano le contromisure, persino come neutralizzare un’auto blindata. È un processo lungo, complesso e progressivo, in cui le informazioni affinano via via il piano operativo delle forze speciali.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di un’operazione esclusivamente militare.

Esatto. Le operazioni di questo tipo non vanno mai lette come operazioni di intelligence o di reparti speciali. Quelli sono strumenti. La rimozione di un leader è un’operazione politica. Che venga eseguita dai militari è un dettaglio. Evidentemente non è stato possibile risolvere la questione con un colpo di Stato interno o con una soluzione più “elegante”, e si è scelta questa strada.

Nella notte dell’operazione sono stati colpiti anche altri obiettivi militari. Che ruolo avevano?

Erano obiettivi ancillari. Servivano a creare un corridoio di sicurezza per il movimento degli assetti americani, in questo caso gli elicotteri. Per garantire quel corridoio bisogna neutralizzare tutte le capacità militari avversarie nell’area: la difesa aerea, le comunicazioni, i radar. Questo avviene con mezzi cinetici, come i bombardamenti, ma anche con mezzi cibernetici, ad esempio attacchi ai sistemi elettrici o di comunicazione.

Che ruolo ha avuto la componente cyber?

Ha avuto un ruolo centrale e tutt’altro che secondario. La componente cibernetica è stata parte integrante della manovra e ha contribuito a garantire il corridoio di sicurezza necessario al movimento degli assetti americani. Parliamo di attacchi alle comunicazioni, alla rete elettrica e ai sistemi di comando e controllo, in modo che nelle aree interessate l’avversario fosse di fatto cieco e sordo. Ma c’è anche un aspetto meno noto e più psicologico. In molti casi, i sistemi non vengono semplicemente spenti, ma deliberatamente alterati. Mentre un’unità tenta di avvisarne un’altra di essere sotto attacco, il messaggio che arriva è qualcosa di completamente inutile o distorto. È una pratica frequente nel mondo degli hacker, che non si limita a neutralizzare le capacità dell’avversario, ma arriva a fargli capire chi è che lo sta attaccando e, nel farlo, lo umilia. Fa parte del modus operandi di chi lavora in questo ambito, che siano hacker in uniforme o civili, ed è un elemento che incide profondamente sul morale e sulla capacità di reazione.

C’è chi sostiene che le difese venezuelane non abbiano reagito per connivenza. È plausibile?

È una giustificazione ex post. È come dire: “Avevo la porta blindata e l’allarme, ma in realtà non avevo nulla di valore in casa”. L’idea che Maduro si sia messo d’accordo per farsi arrestare è francamente surreale. I dittatori, nella storia, o scappano all’ultimo momento o finiscono rovesciati. Nessuno accetta volontariamente di passare dal potere assoluto al carcere.

Chi altro sarebbe in grado di condurre un’operazione come Absolute Resolve?

Tolti gli Stati Uniti, che restano un unicum in Occidente, sono tre i Paesi Nato con capacità comparabili: Regno Unito, Francia e Italia. Non è solo una questione di capacità di proiezione militare, ma anche di integrazione dei sistemi, intelligence umana, elettronica, pedinamento sotto copertura, reparti speciali, assetti aerei dedicati e capacità di law enforcement per l’arresto effettivo. Pochi Paesi possono vantare dispositivi tanto efficienti in questo senso. E il nostro è uno di quelli.

Veniamo agli scenari futuri. Cosa può accadere adesso in Venezuela?

È una situazione fluida, che cambia ora per ora. Il governo venezuelano ha perso l’illusione della propria invulnerabilità e sa di avere margini di manovra molto limitati. O accetta, in qualche misura, le richieste degli Stati Uniti, oppure diventa difficile sostenere una reale resistenza.

E sul piano internazionale?

Non c’è stata una forte reazione occidentale contro Washington. E né Cina né Russia hanno le capacità militari per sostenere il Venezuela in uno scenario del genere. Le ipotesi di accordi segreti o di interventi bloccanti sono fantasie. La realtà è che Caracas ora deve capire come restare al potere, e questo passerà inevitabilmente dal confronto con gli Stati Uniti.


×

Iscriviti alla newsletter