La manifestazione di solidarietà a Hannoun in programma il 10 gennaio a Milano diventa il simbolo di una sinistra che, secondo Anna Paola Concia, rinuncia all’equilibrio per inseguire le frange più radicali. Dal silenzio del Pd all’attivismo dei 5 Stelle, fino al legame tra mondo Pro Pal e difesa del regime di Maduro, l’ex parlamentare denuncia una deriva massimalista e intollerante che soffoca il pluralismo storico della sinistra italiana
Eterogenesi dei fini o mutamento genetico? C’è una sinistra che parla molto, manifesta spesso e ascolta poco. Soprattutto quando a dissentire sono voci interne, non allineate, non riconducibili al lessico del massimalismo militante. Anna Paola Concia osserva questo slittamento da tempo, con crescente preoccupazione: un cambiamento radicale che riguarda il campo largo, il rapporto con le frange più radicali e una tentazione egemonica che rischia di soffocare il pluralismo storico della sinistra italiana. Dalla questione Pro Pal fino al Venezuela, passando per il silenzio del Pd e l’attivismo dei 5 Stelle, l’ex parlamentare individua una deriva che non è solo politica, ma culturale.
Anna Paola Concia, lei sostiene che nel centrosinistra si sia affermata una sorta di subalternità alle frange più estreme. Da cosa nasce questa dinamica?
Nel centrosinistra, pur nella sua natura variegata, c’è un elemento comune: non voler avere nemici alla propria sinistra. Pd e Movimento 5 Stelle finiscono così per assecondare le frange più radicali, in particolare il movimento Pro Pal, senza esercitare un ruolo di equilibrio. Politicamente le seguono, invece di governare quella spinta.
Nel caso di Hannoun, però, c’è un’inchiesta giudiziaria in corso e il 10 gennaio è prevista a Milano una manifestazione di solidarietà nei suoi confronti. Come legge questo passaggio?
Le carte dell’inchiesta sono uscite e ciò che i giudici contestano è molto grave. Di fronte a questo scenario, la posizione più responsabile sarebbe dire che la giustizia deve fare il suo corso. Invece si organizza una manifestazione di solidarietà, come se non esistesse alcun problema. I Pro Pal se ne fregano delle indagini e il campo largo non prende le distanze. Almeno aspettare sarebbe doveroso.
Quella manifestazione diventa quindi un segnale politico?
Sì, ed è un segnale sbagliato. Perché rafforza l’idea che una parte della sinistra sia disposta a difendere tutto e tutti, a prescindere dai fatti, purché riconducibili a una certa area ideologica. È una forma di automatismo politico molto pericolosa.
Lei distingue il comportamento dei 5 Stelle da quello del Pd. In che senso?
I 5 Stelle sono espliciti nell’assecondare i Pro Pal. Il Pd lo fa attraverso il silenzio. Ma è un silenzio-assenso. È già successo tante volte: non esporsi significa lasciare spazio, e quello spazio viene occupato dagli estremisti.
Qual è il rischio politico di questo atteggiamento?
Che alle frange più estreme venga lasciato totale spazio nelle piattaforme politiche. I partiti finiscono per farsi dettare la linea da minoranze radicali. È un’operazione pericolosa, perché snatura il ruolo dei partiti e altera il rapporto tra rappresentanza e consenso.
Che tipo di connessione c’è tra Pro Pal e Pro Maduro?
C’è una continuità ideologica. Landini si è schierato esplicitamente dalla parte di Maduro. Ed è paradossale: nelle manifestazioni a sostegno di Maduro in Italia, gli attivisti sono solo italiani, in Spagna sono solo spagnoli. Mentre i dissidenti che vanno in piazza contenti dell’arresto di Maduro sono venezuelani.
Un cortocircuito politico e culturale?
Esattamente. I venezuelani non sono contenti di Trump, ma sperano in una transizione democratica. La sinistra italiana che manifesta in difesa di Maduro ignora completamente ciò che i venezuelani desiderano. È una forma di paternalismo, di colonialismo culturale di sinistra, per dirla con Nona Mikhelidze: spiegare ai popoli cosa dovrebbero volere.
In questo clima si inserisce anche l’episodio del ragazzo venezuelano attaccato da un sindacalista della Cgil.
Un episodio gravissimo. Infamare chi racconta cosa significhi vivere sotto un regime è inaccettabile. Ma rientra in questo disegno: chi non aderisce al racconto ideologico dominante viene delegittimato.
Lei parla di una sinistra che pretende di distribuire patenti di legittimità. È così?
È questo il punto. La sinistra nella storia si è declinata in tanti modi. Non ne esiste una sola. Oggi una sinistra fondamentalista, dogmatica e spesso violenta vuole essere egemone. Ma non può arrogarsi il diritto di dire chi è di sinistra e chi no.
Dopo la sua lettera critica verso questo mondo, che reazioni ha registrato?
Intolleranza totale. Anche verso chi è di sinistra ma la interpreta in modo diverso. Io non condivido il massimalismo, ma non mi permetto di dire a Landini che non è di sinistra. Loro invece attribuiscono etichette in modo aggressivo. Ed è molto pericoloso.
Secondo lei cosa è cambiato strutturalmente nella sinistra italiana?
C’è stata una mutazione. I 5 Stelle hanno cambiato il Pd. I dem pensavano di normalizzare i barbari. Invece è accaduto il contrario: i barbari hanno barbarizzato il Pd. È questo il vero punto politico che oggi la sinistra si rifiuta di affrontare.















